Per capire quanto importante fosse questa tematica, occorre tener presenti
alcuni fattori: quando all'inizio del secolo lo sviluppo della rete ferroviaria
comportò un incremento notevole del traffico viaggiatori e merci si accrebbe
anche il numero degli incidenti e dei disastri, tanto da ingenerare un certo
allarmismo nell'opinione pubblica nonché il frequente intervento di esperti e
della stampa alla ricerca delle cause e delle responsabilità.
Intervento che sovente era viziato da un presupposto, la ricerca del capro
espiatorio, al quale tutto l'ordinamento sia aziendale che giuridico era votato.
Mentre in altri paesi, come l'Inghilterra, si cominciava a parlare apertamente
delle condizioni di lavoro come una delle cause determinanti di quello stress -
chiamato stanchezza - che conduceva alla disattenzione e pertanto alla
situazione più probabile al determinarsi, nella migliore delle ipotesi, del
disservizio, in Italia la mentalità imperante della ricerca di un responsabile
immediato ed "evidente" portava a due conseguenze. Conseguenze che si
possono considerare indistintamente come il presupposto stesso di questa diffusa
concezione.
Da una parte l'ordinamento aziendale, tramite la sua normativa, tendeva a
rendere responsabile di tutto ciò che accadeva ai treni il personale di
macchina, e non solo durante il servizio poiché le prestazioni richieste
subivano un processo di personalizzazione attraverso il sistema del macchina "assegnata"
(1); dall'altra l'Art. 314 del Codice Penale recitava che, in caso di
disastri ferroviari, si doveva procedere all'arresto immediato del personale di
macchina in attesa dei risultati dell'inchiesta.
L'influenza psicologica che indirettamente questo suscitava nell'opinione
pubblica è facilmente intuibile.
Proviamo ad immaginare il titolo di un giornale dell'epoca: "Disastro sulla
linea...; arrestati i macchinisti del treno!"; con ciò la immancabile
richiesta popolare di individuazione delle responsabilità veniva
preventivamente tacitata. Anche se a mesi di distanza - e di carcere - quegli
agenti, la maggior parte delle volte, venivano scagionati dai risultati delle
indagini stesse.
Affrontare il problema della sicurezza significava, dal punto di vista dei
lavoratori, stabilire quelle relazioni con tutta una serie di fattori che
sfuggivano agli occhi dell'utenza o che, volutamente, si cercava di ignorare.
Normativa, orario di lavoro, dispositivi di sicurezza, gestione e manutenzione
di macchine ed impianti, ed ancora mancanza di personale (e non solo di
macchina), provvedimenti sconsiderati dell'Amministrazione ecc. se da una parte
sono l'oggetto di richieste che mirano alla tutela della salute del personale,
dall'altra sono i parametri di riferimento entro i quali si svolge la critica e
l'azione dell'In Marcia rispetto al problema della sicurezza del servizio
ferroviario.
L'occasione eclatante per l'avvio di uno specifico intervento della rivista la
offre il fatto che più direttamente colpiva il personale di macchina. l'arresto
preventivo. Non essendo questo un fatto episodico, visto che i disastri
ferroviari erano purtroppo all'ordine del giorno, si stava ingenerando una vera
e propria psicosi tra il personale le cui già stressanti condizioni di lavoro
erano aggravate dalla fondata paura della
carcerazione. (2)
La difesa della serenità di una condizione di lavoro comporta un duro attacco
agli istituti giuridici, considerati anacronistici rispetto a quella immagine di
"Italia civile" che da più parti si cerca di dare; e non a caso ogni
numero della rivista riporta articoli o lettere che trattano o raccontano
episodi sull'arresto preventivo.
Ma se l'attenzione dei primi mesi era focalizzata sulla palese ingiustizia cui
era sottoposto il personale, sulla assurdità delle doppie
inchieste (3) che a volte conducevano a risultati contrastanti, sulla
lungaggine dei procedimenti giudiziari che significavano finanche anni di
carcerazione, dopo pochissimi numeri il problema comincia ad assumere una
dimensione più complessa poiché si vanno a scandagliare i motivi reali
dei disastri ferroviari.
Se la campagna di agitazione e di sensibilizzazione dell'opinione pubblica stava
per dare alcuni risultati, considerati una conquista civile oltre che
sindacale (4), eliminando con ciò un fattore di tensione per il personale,
non si dava però soluzione ad un problema le cui radici affondavano in una
condizione tecnica e normativa che l'intervento del legislatore non poteva certo
trasformare.
Non è quindi solo un presupposto di difesa e di tutela del Personale di
Macchina a muovere l 'In Marcia in una campagna che seguirà puntualmente la
storia di questi anni, bensì un senso di dovere civile che si accompagnava ad
un preciso orgoglio professionale.
Esaminando concretamente come veniva articolandosi il discorso sulla sicurezza,
un dato appare subito evidente. Se, come, accennato, il problema prende le mosse
dal verificarsi di fatti luttuosi, si instaura poi un procedimento che, dalla
analisi della meccanica di quei fatti, porta a tutta una serie di constatazioni
di natura tecnica e normativa che, assumendo una connotazione di precise
rivendicazioni acquistano anche una dimensione autonoma dai fatti che le avevano
originate. Prendiamo ad esempio le questioni tecniche: i sistemi di
segnalazione, il regolamento sulla circolazione, gli impianti di frenatura e di
controllo, ecc., la cui influenza, sottaciuta nelle inchieste ufficiali, appare
invece evidente dalla lettura della rivista, diventano per un verso oggetto
della critica ad una gestione irrazionale ed incosciente, per l'altro, il
materiale su cui si sperimentano le capacità tecniche e le conoscenze
professionali del personale, arrivando, sulle diverse questioni, a progettare un
proprio corpo di soluzioni, alternative e miglioramenti fatto poi proprio
dai memoriali
del Sindacato. (5)
Il ruolo importante che può avere la conoscenza e l'esperienza di una pratica
concreta e vissuta non è assolutamente ignoto agli estensori degli articoli,
che anzi rivendicano al personale il titolo di maggiori esperti di questioni
ferroviarie nei confronti di una dirigenza che viene raffigurata sempre più
come burocratica ed incompetente.
(6) Sicuramente l'aspetto che maggiormente viene preso in considerazione,
perché più da vicino investe la responsabilità individuale del personale, è
la relazione che si stabilisce fra la normativa in vigore e la possibilità di
errore da parte di quest'ultimo.
La disattenzione, la mancanza di tempestività o l'indecisione nei confronti di
situazioni improvvise e di rischi imprevedibili ed anche l'errore vero e proprio
erano debolezze umane che però il personale di macchina non doveva
assolutamente conoscere, visto che le loro conseguenze erano il più delle volte
irreparabili. Ciò che in altri mestieri poteva dare origine a sanzioni
disciplinari, in macchina significava l'incolumità propria e dei passeggeri. Ma
se necessaria e giusta era l'esigenza di avere in macchina persone attente e
pronte, niente veniva poi fatto perché questa condizione potesse realmente
esistere. Tutti i macchinisti dovevano sentirsi potenzialmente dei criminali
poiché resta difficile pensare come si potesse, dopo finanche 17 ore di lavoro
massacrante, parlare ancora di
prontezza di riflessi. (7) Il Decreto Legge 477 sull'orario di lavoro e la
rigida applicazione che di questi viene fatta, diventa il bersaglio su cui
puntano immancabilmente le riflessioni della rivista in ogni articolo che concerne
la sicurezza. (8)
Interessante è notare che nei primi due anni, sebbene la campagna contro il
Decreto Legge che regolava
le prestazioni lavorative fosse largamente in atto, la relazione fra orari,
turni e condizioni di lavoro in genere con la sicurezza dell'esercizio non era
quasi sfiorata.
Vero è che fino al 1909 grossa parte dell'impegno era rivolto contro
l'inciviltà dell'arresto preventivo, ma anche le analisi che scaturivano dopo
ogni incidente tendevano più a mettere in risalto la insufficienza dei
dispositivi di sicurezza e la responsabilità dell'Azienda nei confronti di un
adeguato sistema di circolazione, che non una responsabilità indiretta che
agiva - anche in condizioni tecniche normali - sul personale. Ovvero c'era la
tendenza a spostare il problema su un piano tecnico, quasi che una sorta di
orgoglio impedisse di prendere in considerazione la possibilità di errore da
parte del personale. È solo col 1910, forti forse del fatto che i rapporti
degli esperti medici interpellati per le indagini igienico ambientali, in altra
parte citate, mettevano ben in luce quali potessero essere le
conseguenze dell'affaticamento nella resa complessiva del lavoratore, (9)
oltre che principalmente per la sua salute, che si comincia a trattare
specificamente dalla normativa come causa della precarietà del servizio. Non
solo, oltre a trattarne in maniera esplicita quando si affronta il problema
della sicurezza, questa relazione diventa un dato costante ogni qualvolta (e
pensando che la rivista è principalmente a carattere sindacale questo avviene
in ogni numero) si parli di normativa, tanto da arrivare ad affermare
apertamente che "la maggior parte dei disastri, le vere cause vanno
ricercate nel troppo lavoro a cui il personale è sottoposto".(10)
Seguiremo in altra parte le vicende legate allo sviluppo dell'agitazione sulla
normativa ed alla trasformazione di questa, ci preme qui far rilevare che alla
base della rivendicazione della giornata lavorativa di otto ore, e quindi della
imponente mobilitazione del 20/29-2-1920, un grosso ruolo giocò, soprattutto
rispetto all'opinione pubblica il riferimento alla sicurezza. Si può dire anzi
che gli interventi su questa problematica seguano parallelamente
l'intensificarsi della campagna per le otto ore che si sviluppa nell'arco del
decennio che arriva al 1920, tanto che è sintomatico il fatto che, a differenza
dell'impegno verso la salute, che vede un periodo di silenzio durante la guerra,
questi diventano più pressanti proprio in conseguenza della decurtazione del
personale e dell'aggravarsi delle prestazioni che la
guerra
comportava (11) e che, dopo la conquista del nuovo regolamento sui turni,
approvato il 23/4/1920, subiscano uno spostamento di interesse per ritornare
nuovamente ad investire il rapporto con l'orario di lavoro quando, con la
recrudescenza della situazione complessiva, si assisteva alla aperta violazione
di quelle norme cosa
faticosamente
conquistate. (12)
Così come torna la problematica legata all'arresto preventivo visto che le
Autorità calpestando una conquista dei ferrovieri sancita dalla Legge,
tornavano
ad applicarlo. (13)
Dopo la conquista delle otto ore abbiamo detto che si assiste, soprattutto
nell'anno immediatamente successivo, ad uno spostamento di obiettivo che prende
in considerazione una serie di aspetti fino a questo momento sacrificati
rispetto ad una battaglia ben più consistente sull'orario di lavoro.
Si tratta di aspetti che riguardano una serie di provvedimenti
"irresponsabili" dell'Amministrazione il cui uso, sicuramente non
nuovo, non era però ancora stato messo in relazione con la sicurezza
dell'esercizio. Ci riferiamo ad esempio alla presenza di personale non di
qualifica in servizio alla macchina, l'uso del quale, se è vero che era una
soluzione costante messa in atto dall'Azienda per fronteggiare maggiori impegni
di traffico, assumeva ora proporzioni più gravi per quel processo di
diminuzione complessiva del personale che raggiungeva il suo culmine nel 22/23.
Una riflessione ben più grave ce la pone il fatto della concezione aziendale
che sottostava a questi provvedimenti: non era tanto importante la
qualificazione professionale e le sue inevitabili ripercussioni sul buon
andamento del servizio, quanto il numero degli agenti che ne potesse garantire
in qualche modo il disimpegno, non preoccupandosi di fornire all'utenza quel
livello di efficienza, sicurezza, confort che è il presupposto di una
concezione sociale del trasporto ferroviario.
In Toscana si usa un detto per significare un interesse rivolto più alla
quantità (e quindi al lucro) che non alla qualità ed al modo in cui si opera:
"Mirare a far ciccia", ecco, in soldoni, l'atteggiamento dell'Azienda
poteva riassumersi in questo tendere al massimo guadagno, ignorando le richieste
di ammodernamento e di investimenti per un assetto più razionale della
circolazione e delle apparecchiature di sicurezza, che sia dai ferrovieri che
dagli esperti come dall'utenza provenivano, sia calpestando la dignità ed il
valore
professionale dei propri dipendenti. (14).
Parallelamente acquistava un peso diverso l'accento posto sulla necessità delle
scuole professionali. Più volte richieste, tanto da fare costantemente parte
dei vari memoriali presentati dal Sindacato alla Azienda, vuoi per il legame, in
senso negativo, che presentavano col tipo di reclutamento del personale alle
funzioni di macchina (ovvero la impreparazione dei manovali messi a
"funzionare" sulle locomotive), vuoi perché immediatamente dopo la
conquista delle otto ore era possibile un affinamento dell'analisi sui complessi
motivi degli incidenti e dei disservizi ferroviari, le scuole professionali (o
la mancanza di queste) vengono viste anche nel loro aspetto determinante
rispetto alla sicurezza in quanto apportatrici di quella preparazione
tecnico-professionale con cui quotidianamente il personale suppliva alla
mancanza di adeguati sistemi di
controllo
e segnalazione. (15)
Ed ancora, si torna a prendere in esame, ma questa volta sulla base non di
latitanze dell'azienda rispetto alla mancata applicazione di dispositivi tecnici
di sicurezza, bensì a provvedimenti operativi che vanno sempre nel senso
esattamente contrario alla tutela della incolumità di personale e viaggiatori,
dunque si torna a parlare di circolazione e delle condizioni in cui questa si
svolge.
Il motivo è un altro dei provvedimenti "insensati" dell'Azienda,
ossia l'abolizione di molti dei guardiani ai
passaggi
a livello. (16)
Si torna cioè a considerare le cause che agiscono più direttamente sulla
possibilità di incidenti. Queste ultime considerazioni che si manifestano col
determinarsi di una situazione di parziale respiro dovuta alle vittorie
normative conseguite nel 1920, non rimangono però semplici riempitivi rispetto
ad una delle ragioni delle precarietà del servizio che aveva trovato appunto
soddisfazione in quelle conquiste. Tanto è vero che, colla repressione che si
manifesta a partire dal 22 e quindi con l'aggravamento delle condizioni generali
dei turni di lavoro, non per questo si chiude il discorso aperto su questi altri
aspetti che, accanto all'orario di lavoro ed all'arresto preventivo, segnano gli
ultimi passi della rivista. Non a caso, visto anche che le conseguenze di questi
provvedimenti portavano a dei bilanci impressionanti: solamente nel periodo dal
30/6 al 15/8/1926 si registrano a causa dei passaggi a livello incontrollati
" 24 morti, feriti più o meno gravi 23, vari cavalli uccisi, automobili,
carri e vetture distrutte".(17)
Per ultimo vorremmo accennare, anche se in altra parte se ne tratterà più
dettagliatamente, di come da tutto Il complesso delle argomentazioni riguardanti
la sicurezza, risultassero ancora una volta con chiarezza, le responsabilità
aziendali. La critica alla gestione aziendale delle ferrovie non muoveva tanto
da dei postulati politici - anche se il ruolo di questi risulterà non
indifferente - quanto dalla verifica costante di un operato che, direttamente o
indirettamente metteva a repentaglio i valori essenziali dell'essere
umano. (18)
Finanche sui titoli di alcuni articoli si avverte quanto radicata fosse ormai
l'individuazione delle responsabilità primarie anche rispetto al problema della
sicurezza: "Disastri... di Stato" titolo di un articolo del Marzo
1910; ma la riprova più incisiva di quanto fosse temuto il ruolo di denuncia
che l 'In Marcia assumeva lo dà il fatto che i primi articoli a cadere sotto i
colpi della censura furono proprio quelli riguardanti i
disastri ferroviari, (19) nonostante poi gli stessi articoli trovassero
accoglimento in altri giornali. (20)
...il nostro "I Disastri ferroviari" venne pubblicato quasi
integralmente sul quotidiano "Nuovo Giornale" di Firenze e
integralmente sul "Il Lavoratore" di Novara e sul "Lavoro"
di Caltanisetta.