Quando Castrucci scrisse, per
la Redazione, l'articolo programmatico "Il nostro saluto, il nostro
programma" definì fra l'altro il compito della rivista: "deve essere
tecnica, di critica, ed aggiungiamo di elevamento morale".
L'accento posto per primo su quel "tecnica" non era un fatto casuale.
Pubblicazione sindacale di categoria, l'In Marcia non poteva trascurare un
elemento fondamentale, costitutivo, forse più che in altre, della stessa
fisionomia di quella categoria: il concetto di professionalità sottinteso in
larga parte da quel "tecnica".
In effetti qualora si pensi a come la figura del "ferroviere
macchinista" esercitasse un fascino agli occhi del pubblico come colui che
è "padrone del mostro d'acciaio" e a come lo stesso personale di
macchina descriveva se stesso alla guida di quel "mostro" (1) al di
là della retorica emerge l'innegabile prestigio legato ad una professione vista
e vissuta come altamente qualificata.
Per diventare macchinista occorreva, nel 1908, una preparazione lunga e
laboriosa che comprendeva una scuola d'istruzione per "operai - allievi -
fuochisti" di 9 mesi, al termine della quale, superato l'esame, si accedeva
alla qualifica di "fuochisti approvati". Erano necessari, poi, 5 anni
di permanenza in questa per poter partecipare agli esami a macchinista.
Una preparazione, quindi, abbastanza anomala rispetto a quanto richiesto per
altri mestieri, e nella quale il livello di conoscenze tecniche e la pratica di
studio rappresentavano un fattore di reale supremazia intellettuale nei
confronti degli altri lavoratori.
Guidare un treno non si limitava al semplice fatto di saper manovrare alcuni
congegni, ma presupponeva una conoscenza complessiva di elementi tecnici
(meccanici, fisici, matematici, di regolamenti sulla circolazione e sui segnali,
ecc.) indispensabili e per la sicurezza e per la garanzia di intervento in
qualsiasi caso di anomalia o di guasto che si dovesse presentare. Indispensabili
anche se considerati in rapporto all'influenza psicologica che esercitava un
dato normativo: il macchinista era responsabile, a tutti gli effetti, della
locomotiva che gli veniva assegnata (2) e del funzionamento di questa era
praticamente il solo garante.
Il fattore "tecnico" aveva allora una peculiare importanza anche come
elemento di interesse comune della categoria, in un certo senso aggregante
(assieme agli altri di normativa, salario e, non ultimo, di condizioni di vita)
al di là di ogni convinzione individuale. Inoltre il progresso tecnologico
all'interno delle ferrovie, soprattutto con l'avvicinarsi del passaggio alla
trazione elettrica, comportava un continuo bisogno di aggiornamento
professionale - e non solo per curiosità, ma per i problemi concreti che questo
poneva - che spesso l'Azienda non era in grado di soddisfare.
Su questo terreno la rivista si muove in maniera duplice: da una parte c'è un
intervento diretto volto a fornire strumenti di conoscenza sia strettamente
legati alla struttura ed al funzionamento delle locomotive, sia degli
orientamenti e dei progressi della tecnologia in campo internazionale, nonché
di nozioni (e di critica) in alcuni campi attinenti il trasporto ferroviario;
dall'altro, indirettamente, si alimenta e si contribuisce ad una coscienza
professionale tramite la discussione e la presa di posizione su una serie di
problemi riguardanti l'ordinamento ferroviario, alcuni
provvedimenti dell'Azienda in campo normativo, ma soprattutto le ripercussioni
che lo scadimento della preparazione professionale voluto dall'Azienda - e
legato alle determinanti vicende sindacali del dopoguerra - avevano sul servizio
ferroviario in genere.
L'intervento diretto della rivista viene pianificato a partire dal 1910 con
l'avvio di una rubrica fissa che, pur modificandosi nella designazione, viene
pubblicata fino al 1926.
Nell'Aprile 1910 si inaugura la "Sezione Tecnica" che dal 1913 sarà
affiancata dalle "Questioni Professionali" per poi trasformarsi, nel
1915, nel "Notiziario Professionale" e nel 1921 nelle
"Conversazioni Professionali" che, a differenza della precedente, sono
il risultato di un impegno pratico della rivista e del Sindacato quali
organizzatori di scuole professionali negli allora così detti "Circoli
Ricreativi". Cenno a parte spetta a "Nel campo della Trazione
Elettrica" che, istituita nel Giugno 1913, si occupa esclusivamente dei
problemi posti dalla elettrificazione di alcune linee e che acquisterà un peso
ed una frequenza di pubblicazione maggiori agli inizi degli anni '20,
parallelamente allo sviluppo della Trazione Elettrica" ed al diverso tipo
di qualificazione richiesto al personale.
Non seguiremo dettagliatamente le argomentazioni che trovano asilo in queste
rubriche essendo queste di carattere strettamente tecnico, ci preme perciò
mettere in evidenza l'importanza che, agli occhi del personale, rivestono,tanto
da non trovare soluzione di continuità nella pubblicazione delle apposite
rubriche, ma anzi da essere, quest'ultime, più volte presenti
contemporaneamente.
Sono nozioni teorico - pratiche di cui il personale si mostra
"famelico" a giudicare dalla quantità dei quesiti che vengono
sottoposti alla Redazione, per cui il ruolo che la rivista assume, in mancanza
di una concezione che prevedesse l'aggiornamento professionale, risulta di
indubbia utilità.
Ruolo che non doveva essere sconosciuto nemmeno alla Redazione se, dopo una
lunga esperienza, si arriva ad intervenire in maniera ancor più concreta sulla
formazione professionale del personale di macchina con la istituzione di vere e
proprie scuole.
Su questa decisione influirono certamente altri fattori di cui parleremo più
diffusamente in seguito, ossia le promozioni date dall'Azienda con "rito
d'urgenza" dopo lo sciopero del 1920, il variato modo di reclutare e
formare il personale, l'uso di manovali alle funzioni di macchina.
Provvedimenti la cui conseguenza diretta era un abbassamento generale del
livello di professionalità che si ripercuoteva poi sull'andamento del servizio
e soprattutto sulla sicurezza di questo. (3)
Per la stessa ragione, e probabilmente anche per le pressanti condizioni che la
censura e la repressione ponevano alla pubblicazione di materiale più
propriamente sindacale, si infittiscono, negli ultimi anni di esistenza dell'In
Marcia, gli interventi di tipo tecnico e divulgativo.
L'altro apporto eminentemente operativo dato dalla rivista rispetto alla
preparazione professionale è la pubblicazione di materiale, desunto da riviste
specialistiche o per il quale si interpellavano esperti ferroviari, che riguarda
in maniera più complessa la questione del trasporto ferroviario. Dalla rassegna
di come questo si articolava nei vari Paesi europei, ai cenni sui sistemi di
locomozione, alle prospettive che le innovazioni tecnologiche aprivano nel campo
ferroviario, ed in particolare all'avvento dell'elettrificazione, si mira con
ciò ad un elevamento del concetto di professionalità che non si limiti al
sapere tecnico e pratico, ma che si inquadri con coscienza nel progresso
generale che lo sviluppo industriale comportava.
Con identico presupposto ci si muove anche sul piano della critica alle scelte
che primati economici o alleanze industriali favorivano rispetto ad una più
razionale utilizzazione delle risorse.
Prendiamo ad esempio il caso dei combustibili. Dopo averne trattato con
competenza delle proprietà, della resa, ecc., si passa ad esaminare la loro
utilizzazione all'interno delle Ferrovie e si dimostra concretamente
l'avventatezza e la improduttività delle scelte operate in proposito dalla
Dirigenza del Servizio Trazione. (4)
Di qui a riprendere l'argomento sotto il titolo "Lo sperpero del denaro
pubblico" il passo è breve. (5)
Difficilmente, dunque, si resta in una conoscenza puramente accademica, più
frequente è il fatto che la si converta e la si usi nell'analisi della propria
realtà di lavoro. Anzi il concetto stesso di scienza "ufficiale"
viene inficiato dalla analisi dell'uso che di questa viene fatto da parte del
potere politico ed economico. Quando Castrucci, con veemenza polemica, afferma
che "tutto viene dal lavoro" (6) si basa sull'esperienza che tante
(troppe) volte aveva visto rifiutare il riconoscimento a suggerimenti, proposte,
invenzioni per il semplice fatto di essere partoriti dai "tapini".
Tutti questi anni sono punteggiati, soprattutto attraverso la "Rubrica
degli Abbonati", dalle idee che l'esperienza, la pratica e l'ingegnosità
permettevano al personale di formulare con una certa competenza sul piano della
macchina o delle segnalazioni o degli accorgimenti tecnici atti ad agevolare e
tutelare il servizio, molti dei quali si sarebbero poi mostrati realmente
efficaci; ma non risulta che questi venissero presi in considerazione dalla
Dirigenza. (7)
Per quanto riguarda invece l'aspetto non direttamente operativo, bensì più
legato alla visione sindacale, del rapporto che la rivista ha con la questione
professionale, questo si può dire che sia un riferimento costante delle
considerazioni che ad ogni livello vengono fatte.
Lo abbiamo visto trattando dalla sicurezza, lo ritroveremo anche legato alle
altre questioni specifiche della categoria; pertanto ci limiteremo, in questa
sede, ad enucleare quelle tematiche in cui maggiormente affiora la peculiarità
del concetto di professionalità.
La prima, e forse quella che più di ogni altra farà discutere per tutti i 19
anni, è una questione normativa di sviluppo di carriera per il Personale di
Macchina.
Occorre premettere che la dirigenza dei Depositi Locomotive era, per ovvie
ragioni, costituita da personale (i Capi Deposito) la cui preparazione doveva
essere innanzitutto tecnica e legata ad una conoscenza approfondita della
realtà dell'esercizio. A questa si
accedeva per concorso interno dalla qualifica di macchinista e fin qui niente vi
sarebbe di illogico visto che i migliori conoscitori di quella realtà erano
coloro che per anni ed anni l'avevano vissuta sulla loro pelle.
Il problema era di altra natura, ovvero di ordine morale in quanto una pratica
di opportunismo e favoritismo snaturava un processo di avanzamento il cui
criterio era sostanzialmente sano. Lo snaturava a tal punto che nella
maggioranza dei casi i Capi Deposito, ma soprattutto coloro che, grazie a meriti
"oscuri", venivano chiamati a "funzionare" in tale
qualifica, diventavano i primi e più diretti antagonisti del personale. Erano
visti come coloro che, asserviti a una logica aziendale di sfruttamento,
dimenticavano la realtà produttiva per lasciarsi imbrigliare nelle pastoie
della burocrazia, della disciplina e dei regolamenti, anche là dove questi si
dimostravano controproducenti.
In ragione di questo, l'approccio che fin dai primi numeri (gennaio 1909) si ha
con la questione dei macchinisti ff C. Dep. non tiene in considerazione la
giustizia, o meno, metodologica, ma entra nel vivo di come si configura una
realtà in cui l'unico criterio per l'avanzamento era di natura "camorristica"
favorendo con ciò non la capacità ed il valore professionale, bensì
l'arrivismo e l'indolenza. (8) Con questa pubblicazione si apre una serrata
campagna volta alla demistificazione del ruolo di questi personaggi tramite i
resoconti puntuali delle ciarlatanerie da costoro commesse. (9)
Campagna che sovente solletica il senso del ridicolo del lettore e che dovette
riscuotere indubbio successo se si arrivò alla decisione di istituire
un'apposita rubrica "Forche Caudine" in cui ci si proponeva di
tratteggiare "le più eccelse personalità del nostro servizio".(10)
Quest'opera di denuncia dell'ignoranza di una dirigenza per così dire
rabberciata non poteva esaurirsi in se stessa pena l'isterilimento ed il rischio
- già previsto - di fomentare personalismi e pettegolezzi. Non poteva anche
perché alla base di questa c'era la esigenza reale di incidere
sull'innalzamento di un livello di formazione della professionalità avvertito
come insufficiente non solo per quanto riguarda il personale di macchina, ma
anche, e forse maggiormente nell'apparato complessivo che gestiva e regolava il
servizio di macchina. Nel numero di Settembre 1912 si apre pertanto il dibattito
su una prospettiva di diverso assetto gerarchico del Deposito proprio in
funzione del ruolo privilegiato che ormai aveva assunto il problema della
qualificazione professionale: I Capi Deposito devono essere ingegneri?".
È chiaramente un dibattito di idee e non una consultazione a fini di natura
rivendicativa, ma l'attenzione plebiscitaria che riceve testimonia l'inizio di
una svolta nella considerazione di questo problema tramite una maggiore
articolazione rispetto allo schematismo iniziale. (1 1)
Non si approda ad una soluzione univoca ed il dibattito resterà aperto fino
alle soglie del 1920, male due posizioni che emergono - i favorevoli e i
contrari - rappresentano non una reale contraddizione bensì due presupposti di
analisi differenti, ma entrambi legittimi. Da una parte, cioè, l'evoluzione
tecnologica, la complessità del servizio, lo sviluppo del traffico erano la
base su cui si fondava l'asserzione della necessità di un'alta qualificazione
della dirigenza degli impianti; dall'altra si portava a sostegno della tesi
contraria, l'esperienza concreta di una dirigenza burocratica, repressiva ed
ostile al personale e si rivendicavano, tutto sommato, le potenzialità anche
direttive che la seria conoscenza del lavoro poteva esprimere. (12)
Nella realtà degli avvenimenti che seguono, è questo secondo aspetto ad avere
la prevalenza motivata dall'atteggiamento che l'Azienda, nella persona dei suoi
funzionari, aveva assunto durante l'agitazione di Aprile e lo sciopero del
Giugno 1914. I dirigenti locali e i funzionari diventano organizzatori del
crumiraggio attivo avvalendosi della loro autorità e dell'intimidazione che la
paura di rappresaglie esercitava. (13)
Nel vigore dello scontro politico e sindacale in atto si abbandonano cioè gli
approcci benevoli, anche se di prospettiva, con tematiche di impegno costruttivo
rispetto all'ordinamento ferroviario per riacquistare il ruolo più crudo della
denuncia.
In questa logica si avvia una nuova serie di rubriche il cui scopo è proprio
quello di denunciare, ridicolizzandole, le deficienze professionali della
dirigenza.
È il caso di "Zoologia ferroviaria" (14) e, con un intento dettato
più da una morale sindacale che non dalla contestazione di effettive
incompetenze, de "Il Passaggio del Rubicone" in cui si stigmatizzano
le figure di quei macchinisti che accettano di funzionare da capo deposito. (15)
Ma se la risposta ad una situazione che vedeva la recrudescenza dei rapporti con
la dirigenza giustificava questo atteggiamento ironico e dissacratorio, non per
questo si usciva dai limiti di una concezione moralistica della propria
coscienza di classe.
Si ignorava, o si sottaceva, con ciò un aspetto della questione che influenzava
gran parte del personale di macchina: il passaggio a Capo Deposito era in
effetti una prospettiva naturale di carriera soprattutto se considerato, oltre
che dal lato professionale per l'esperienza che il lavoro di macchinista
comportava, dal punto di vista del logoramento fisico cui il Personale di
Macchina era sottoposto.
Non a caso, ed in questo spirito, verrà riproposta direttamente dal personale
nel 1920 (16) anche se il dibattito in proposito non si era fermato 5 anni prima
bensì era proseguito, soprattutto nel corso del 1917, scontando però ancora
grossi limiti e resistenze di carattere ideologico.
E però proprio sotto il profilo ideologico che si determinano le condizioni per
una trasformazione dell'interesse della categoria relativo alla questione.
L'esperienza dei soviet, il dibattito e l'impegno per i Consigli di Fabbrica, e
per i ferrovieri in particolare la riuscita dello sciopero di Gennaio,
determineranno un'ondata di protagonismo operaio nella quale il dibattito sulle
diverse questioni si arricchisce di nuove prospettive elevandone, nel contempo,
il livello di analisi.
In questa ottica anche il ruolo del capo deposito assume una diversa prospettiva
che tende a recuperarne l'aspetto della funzionalità (e quindi della
preparazione, della conoscenza professionale) rispetto al vibrato antagonismo
con cui era stato finora vissuto. (17)
Si era aperta la strada ad un dibattito più sereno e positivo che porterà,
alla fine del 1920, all'impegno diretto del Sindacato, dopo 11 anni di silenzio,
nella definizione delle norme e dei criteri per regolamentare l'accesso alla
qualifica di Capo Deposito.
Se ci siamo dilungati su questa "vicenda", a parte la considerazione
del lungo arco di tempo in cui si svolge, è perché ci è sembrata emblematica
sia di un metodo e degli strumenti usati per affrontare il problema (le
rubriche, la satira, il dibattito, la consultazione del personale, la polemica
anche col Sindacato), sia, più specificamente, di come seriamente fosse vissuto
il ruolo che la conoscenza e la coscienza professionale avevano anche nella
determinazione delle scelte sindacali.
Per concludere vogliamo accennare a due questioni (di cui una è la conseguenza
e lo sviluppo dell'altra) che, originate da gravi provvedimenti aziendali, si
sviluppano in una stregua difesa del valore professionale non già tanto per
orgoglio, quanto per le implicazioni che il suo scadimento aveva, soprattutto
rispetto alla sicurezza dell'esercizio ferroviario. Si tratta dell'abilitazione,
introdotta con Decreto Ministeriale nell'Aprile del 1914, di personale non di
qualifica alla guida del treno.
Durante lo sciopero del Giugno ' 14 il massiccio uso di questo sistema pose il
personale di macchina di fronte ad un campo parzialmente nuovo, quello della
responsabilità professionale che Azienda e Governo stavano volutamente minando.
Di fronte alla irresponsabilità di una manovra dettata dallo spirito di
reazione si eleva la protesta, ma non tanto per l'azione di crumiraggio che
rappresenta (e che viene appena accennata) quanto per i rischi ed i pericoli che
ne potevano derivare. (18)
In fondo l'uso del provvedimento non arrecava un danno diretto al macchinista,
ma è proprio in questa occasione che emerge con chiarezza il senso di un
dovere, di una responsabilità civile che porta ad identificare l'atteggiamento
dell'Azienda, con un vero e proprio sabotaggio.
Ma nonostante le proteste, l'agitazione e lo sdegno del personale e già abbiamo
visto, parlando di sicurezza, l'impegno operativo espresso su questo fronte del
giornale (19) - la tendenza che prende campo è quella di estendere il
provvedimento non solo nei casi di eccezionalità quali lo sciopero, bensì
nella programmazione normale del servizio. (20)
Anzi, e veniamo all'altra questione, quest'uso trova una sua legittimazione
giuridica nelle promozioni date con "rito di urgenza" agli abilitati
in occasione dello sciopero del 1920.
La massiccia ondata di esoneri che, a partire dal '22, investe i ferrovieri
quale segno del clima restauratore e repressivo che ormai si era instaurato, ha
la diretta conseguenza di lasciare vuoti migliaia di posti e se il problema era
grave in ogni ordine di realtà produttiva all'interno delle ferrovie, fra il
personale di macchina era addirittura drammatico.
Le risposte che l'Azienda (e il Ministero delle Comunicazioni con a capo Ciano a
cui le ferrovie erano passate) dà alla mancanza di personale sono da una parte
la revoca delle conquiste sull'orario di lavoro e sulla normativa in genere che
con lo sciopero del 20 si erano affermate, dall'altra le sbrigative promozioni
date a personale la cui preparazione non solo era insufficiente, bensì nulla.
(21)
Ed è su questa tematica in un'ottica che però assume sempre di più il tono
della difesa di condizioni duramente conquistate e poi perdute, che si
incentrano le requisitorie degli ultimi anni della rivista.