Complesso sarebbe seguire in ogni loro aspetto
gli argomenti che formano l'oggetto di questo paragrafo, visto che non ci
proponiamo un'esposizione organica e dettagliata di come erano regolamentate le
prestazioni del personale di macchina, né di come era strutturato il servizio,
bensì la individuazione di quegli aspetti, fattane dalla rivista, che più
influivano nella determinazione di un giudizio negativo nonché nella ricerca
degli obiettivi in grado di trasformare radicalmente una condizione ed una
concezione vessatoria ed anacronistica del lavoro.
Occorre però far rilevare che sono questi i temi centrali della rivista perché
è dalle "condizioni di lavoro" - intese non solo come igienico -
ambientali, ma soprattutto come complesso di regolamenti sulla circolazione,
sulle mansioni, sull'orario di lavoro, sugli obblighi oltre la semplice guida,
sui turni, sui parametri di accertamento delle capacità professionali, sugli
inquadramenti, ecc. - che essa trae il motivo centrale della propria
esistenza.
L'atipicità del servizio di macchina, dovuta all'evidente variabilità
dell'orario, agli spostamenti, alla durata dell'assenza, e a molti altri fattori
connessi alle esigenze tecniche delle macchine, rappresentava un compito arduo
per coloro che erano preposti alla sua regolamentazione e della quale occorreva
un buon livello di conoscenza per non incorrere in paradossi e
contraddittorietà.
Vero è che 50 -anni di vita ferroviaria avevano sedimentato se non altro
l'ossatura di un "sistema" di regolamentazione, e quindi l'avvento
della gestione di
Stato non trovava una "tabula rasa" sulla quale edificare un proprio
corpo di norme, ma è altresì vero che due fattori in particolare inficiavano
la validità di quel sistema.
Da una parte lo sviluppo costante e rapido dei mezzi di trazione e soprattutto
l'estensione della rete ferroviaria, dall'altra l'immediato accorpamento delle
tre reti che, nonostante avessero dovuto seguire una unica legislazione, in
realtà si regolavano assai diversamente nei rapporti col proprio personale. (2)
Se l'accresciuta mole di traffico ferroviario comportava la necessità di
variare norme nate nell'ambito di un regime di lavoro più limitato e quindi
attualmente insufficiente a garantirne la sicurezza, dall'altro canto la rapida
centralizzazione aveva lasciato pressoché inalterati gli usi e la mentalità di
una dirigenza locale che doveva applicare ed articolare le disposizioni di
legge.
In questo contesto la rivista, nata appunto come necessario strumento di
raccordo di una categoria estremamente disarticolata, si trova a svolgere un
duplice compito: la denuncia degli abusi, delle illegalità, delle
interpretazioni arbitrarie che venivano costantemente messe in atto nelle
diverse situazioni, (3) e soprattutto la campagna contro l'organizzazione del
lavoro e la disciplina delle prestazioni che non solo venivano dichiarate
anacronistiche, ma risultavano, sotto alcuni aspetti come l'orario di lavoro
realmente inumane.
Compito che si esprime in maniera diretta - e sarà questo l'oggetto precipuo
della nostra indagine - ed in una indiretta, ovvero come origine e motivo cui si
risale affrontando altri argomenti, in particolare quello inerente la sicurezza
dell'esercizio. (4)
Si può anzi dire che la maggior parte della rivista si occupa delle
ripercussioni che, sui diversi piani, l'ordinamento
produttivo e normativo hanno. (5)
Dispersivo risulterebbe quindi seguire i tantissimi aspetti che la rivista
affronta, ci limiteremo pertanto a vederne alcuni, che riteniamo più
significativi per il modo in cui vengono affrontati, ma soprattutto cercheremo
di tracciare il percorso dell'intervento più diretto rispetto ai temi in
discussione.
Quando si parla di organizzazione del lavoro e di normative per il personale di
macchina occorre anche precisare che le due cose sono strettamente connesse
perché dai Decreti che regolamentavano le prestazioni del personale dipendeva
direttamente l'organizzazione dei turni e del servizio gestita dalla dirigenza
locale.
La critica a questi decreti, le proposte di modifica, e le conseguenti
rivendicazioni ed agitazioni, sono il filo conduttore di una complessa battaglia
sindacale la cui incidenza nel rapporto produttivo doveva risultare più
temibile di qualsiasi agitazione per i miglioramenti economici. E un filo che
percorre tutti questi anni e sul quale viene organizzandosi la presa di coscienza
ed il dibattito sulla responsabilità primaria (quella statale) di una realtà
di vero e proprio sfruttamento.
Il Regio Decreto in vigore nel 1908 è il n. 477 del 7 Novembre 1902 che per
sommi capi prevedeva un massimo di lavoro di 13 ore (elevabile a 14) e del
periodo lavorativo di 17 ore (6), un riposo di 9 ore in residenza e di 7 fuori
residenza, 2 "grandi" riposi al mese di 24 ore, nessuna limitazione
per l'assenza dalla residenza, nessuna distinzione fra lavoro notturno e lavoro
diurno (7), e neppure fra il servizio prestato a treni diretti o ai treni
omnibus. Come se non bastasse l'art. 22 dava ampia facoltà di deroga a tutti i
suddetti limiti in caso di esigenze "eccezionali". (8)
La gravosità di tali prescrizioni era aumentata poi sia dalla messa in atto dei
turni che dai regolamenti emanati dalle varie Direzioni Compartimentali per
applicare e "perfezionare" il dettato di legge (9). A partire dalla
denuncia sui dati più macroscopici delle aperte violazioni e delle applicazioni
più restrittive del Decreto si apre la strada ad un concetto, che diventa una
precisa indicazione, di "resistenza" allo
strapotere di ingegneri e capi deposito che richiedono prestazioni lavorative
oltre la norma. Si forniscono cioè gli strumenti, la conoscenza esatta delle
norme di Legge ed il modo in cui utilizzarle, per opporsi al servizio
"illegittimo" . (10) Dalla lettura delle
corrispondenze inviate dalle varie situazioni, e raggruppate nella rubrica
"Dai Depositi Locomotive" emerge un quadro impressionante della
discrezionalità nel modo di operare dei funzionari aziendali: abusi,
favoritismi, illegalità, sembrano essere il dato costante che regolava il
rapporto di lavoro del personale. La denuncia di
questo stato di cose tende però, parallelamente all'affermarsi di un intervento
più diretto sul Decreto, a costituirsi autonomamente come critica di un
apparato gestionale ed amministrativo oppure come corollario inscindibile da
ciò che lo stesso decreto supponeva. La possibilità dell'arbitrio era cioè
implicita negli stessi articoli di legge e contro questa si dovevano concentrare
tutte le forze. Accanto ad una evidenziazione del barbarico modo di concepire il
lavoro, ottenuta tramite una disamina delle implicazioni, o delle lacune, di
ogni singolo articolo - avvalendosi fra l'altro anche dell'ausilio degli studi
medici circa la conseguenza di particolari prestazioni e delle condizioni in cui
queste venivano effettuate (11) - ci si muove su un terreno per cui ci si
propone di coinvolgere non solo gli interessati, bensì l'opinione pubblica e
l'utenza in particolare.
"Disastri ferroviari e turni di servizio" è il titolo di uno dei
tanti articoli in cui il problema della sicurezza viene messo in stretta
relazione con l'organizzazione del lavoro, anzi si prospetta un rapporto di
causalità fra quest'ultima e la probabilità di disastri ferroviari. Si
articola così il discorso normativo in una visione complessiva del trasporto
ferroviario in cui il carattere della "socialità" risulta
preponderante anche rispetto alle legittime aspirazioni della tutela e
salvaguardia della propria salute ed esistenza.
Possiamo dire che è con la fine del 1910 che il problema si sposta
categoricamente in un ambito di rivendicazione diretta. Aleggia
negli articoli di questo periodo il portato di una coscienza che, non solo in
ferrovia e non solo in Italia, reclamava le 8 ore di lavoro, ma viene ancora
vissuto come un postulato ideale rispetto alla enormità dei problemi da
affrontare. (12)
Si chiede più genericamente una revisione di tutto il Decreto 477, ma già
questo rappresenta un salto di qualità rispetto alla tendenza e porre
l'attenzione sul dato più immediato, l'atteggiamento della dirigenza nella
compilazione dei turni e nell'ordinare i servizi. Si identifica cioè nel
Governo la controparte centrale rispetto alle proprie rivendicazioni. Tanto è
vero che le continue pressioni per la modifica di una situazione divenuta
impossibile (13) portano al dibattito parlamentare ed alla creazione di una
Commissione "con l'incarico di esaminare i reclami relativi agli orari e ai
turni di servizio del personale di macchina... l'esame e le proposte di
risoluzione dei reclami sono fatte dalla Commissione sulla base delle
disposizioni vigenti in materia". (14) L'istituzione della Commissione è
salutata con scetticismo dalla rivista che, per la prima volta, esplicita con
chiarezza quello che deve essere l'obiettivo centrale del personale: la modifica
del Decreto e non tanto la sua giusta applicazione. (15)
Di qui alla concretizzazione della richiesta delle 8 ore il passo è breve, il
31 gennaio 1912 Castrucci redigeva la "memoria" per la Direzione
Generale con le proposte della nuova
regolamentazione delle prestazioni del Personale di Macchina che prevedevano,
accanto alle 8 ore, il radicale sconvolgimento dei parametri con cui si
identificava il lavoro. Le mansioni accessorie alla guida previste dal decreto e
non computate ai fini della quantificazione del lavoro che ne elevavano la
misura fino alle 17 ore, concorrono invece, nelle proposte, a stabilire l'orario
di lavoro. Implicitamente si rivoluzionava il concetto su cui si fondava
l'organizzazione del lavoro voluta dall'Amministrazione ovvero la considerazione
del personale come perennemente disponibile ad ogni esigenza non programmabile,
senza che peraltro questa disponibilità venisse riconosciuta ai fini del
trattamento normativo ed economico. Era chiaro che
l'Azienda non avrebbe potuto cedere tranquillamente su questo terreno per cui si
intensificava la campagna di agitazione parallelamente alla riproposizione
dell'indicazione al personale di attenersi scrupolosamente alle norme
regolamentari contro le esorbitanti richieste della dirigenza. Si avverte
chiaramente che la battaglia, per le implicazioni sovvertitrici che aveva, non
sarebbe stata facile, e si cerca quindi di
estendere il più possibile la conoscenza soprattutto al di fuori dell'ambiente
ferroviario (16), mentre in quest'ultimo ci si adopera in una campagna d'indole
morale contro quegli agenti il cui comportamento opportunista nei confronti
della dirigenza offriva il pretesto al mantenimento dello status quo. (17)
Il risultato della grossa mobilitazione che viene
determinandosi,e che ha un suo punto di arrivo nello sciopero
"politico" dell'aprile 1914, è il R.D. 993 varato il 18/7/1914 che,
pur accogliendo parzialmente alcune richieste, lascia però inalterato la
sostanza normativa del precedente Decreto 477.(18)
Non che la premessa dell'istituzione della Commissione avesse creato grosse
speranze, ma la delusione per il nuovo decreto porta ad una sorta di battuta
d'arresto nell'agitazione fra il personale. Negli
articoli degli anni che seguono, certamente influenzati anche dall'effetto della
situazione determinatasi con l'entrata in guerra (19) permane la critica al
Decreto e la denuncia delle inumane condizioni di lavoro, ma si tende anche ad
un ripensamento che coinvolga, a suffragio delle
richieste, altri aspetti dell'organizzazione del lavoro come soprattutto
l'assegnazione delle macchine al personale. (20)
Inoltre nel 1916 viene emanato il nuovo Regolamento del personale
(corrispondente allo stato giuridico di questi) che introduce nuovi elementi di
discussione nella considerazione del rapporto d'impiego degli agenti ferroviari
(dal giuramento di fedeltà al Re, all'elevamento del limite pensionabile, alle
nuove norme per i passaggi di qualifica e per gli inquadramenti stipendiali,
alla omissione di qualsiasi accenni di revisione del R.D. 993 ecc.). È
il risultato del lavoro della Commissione parlamentare (chiamata Commissione
Reale) che, istituita tre anni prima, doveva studiare le modifiche ed i
miglioramenti da apportare al trattamento del personale. La critica ai risultati
di questa - risultati che ignorano totalmente le richieste del personale - oltre
ad essere finalizzata alla "Controdeduzione" sui singoli aspetti,
assume un carattere nuovo di precisa posizione contro l'arbitrato nella stipula
dei contratti di lavoro. Si reclama il diritto dei lavoratori di intervenire
liberamente nella contrattazione del loro rapporto d'impiego senza mediazioni
artificiose o di parte. Questa è una pregiudiziale importante, che ridà fiato
alla riproposizione complessiva di tutte le richieste avanzate da tempo. E
importante perché, e lo dimostrerà in seguito, è la premessa da cui si
sviluppa teoricamente il concetto del controllo operaio sulla produzione.
Schematicamente possiamo vederne il passaggio: col misconoscimento delle
richieste del personale, e di conseguenza col misconoscimento della
organizzazione sindacale, si ha una ripresa della iniziativa di agitazione che,
conscia del ruolo subalterno che si intendeva farle avere, con l'arbitrato, pone
accanto alle richieste di indole normativa ed economica, la rivendicazione di
una soggettività contrattuale il cui presupposto operativo sta
nell'articolazione dell'organizzazione di base. Sull'onda degli avvenimenti
riguardanti la rivoluzione russa e sull'esperienza che si andava accrescendo
soprattutto fra i metallurgici dell'Italia del Nord alla fine della guerra, la
tematica rivendicativa che di per se stessa già scalzava l'organizzazione del
lavoro esistente, si viene dialetticamente arricchendo con la proposizione di un
nuovo assetto della struttura aziendale che prevedesse il ruolo decisionale dei
lavoratori. Accanto alle "otto ore", ed a
tutte le implicazioni che comportavano nell'organizzazione del lavoro, si agita
cioè l'obiettivo delle "Commissioni Locali", formate dal personale,
per il controllo e l'applicazione dell'orario di lavoro, dei
turni, dei servizi
in genere. (21) La ripresa della lotta operaia, le prospettive di cambiamento
dei rapporti di produzione su cui questa si fondava, non sono sconosciute al
dibattito che, nel corso del 1919, prepara alla grande mobilitazione del Gennaio
1920.(22) Nel Gennaio 1920, nonostante che l'art.
56 della Legge n. 429 del 7/7/1907 negasse ai ferrovieri il diritto di sciopero,
questi scendono compatti in lotta per ben 10 giorni (dal 20 al 29) instaurando
un braccio di ferro col Governo che porterà all'accoglimento di tutte le
richieste del personale compresa la formazione delle "Commissioni
Locali" e la presenza nel Consiglio di Amministrazione di 5 rapprentanti
del personale "eletti a suffragio dalla classe con garanzia delle
minoranze. (23) Con questa "vittoria" si
chiudeva un periodo, oltre che della storia sindacale dei ferrovieri, anche del
l' In Marcia, che vedeva coronarsi di successo una battaglia condotta con tutto
l'impegno del dibattito di idee e dell'agitazione pratica e con ogni strumento
giudicato di volta in volta più stimolante (la denuncia delle condizioni di
lavoro, l'analisi della gestione aziendale, l'informazione all'opinione
pubblica, le indicazioni operative al personale, la ricerca del giudizio degli
uomini di scienza, ecc.). Per concludere vorremmo
accennare ancora ad un argomento che è la manifestazione, in campo normativo,
della restaurazione che, a partire dal 1921, rimangerà gran parte delle
conquiste ottenute dai lavoratori con lo sciopero del gennaio 1920. Nel
clima di repressione che viene instaurandosi dopo il 21 (con le migliaia di
"esoneri" degli scioperanti e degli attivisti più noti e con lo
smembramento e la decimazione dell'organizzazione sindacale, la difesa strenua
delle conquiste (le 8 ore, il riconoscimento del diritto di sciopero,
l'accorpamento delle Competenze Accessorie, e le Commissioni Locali) assumono
progressivamente il carattere di difesa ideale di un principio cui richiamarsi
per affrontare il compito nuovo ed arduo delle resistenze alla sopraffazione
aziendale e governativa. (24) Spezzata la forza di un movimento all'attacco,
anche la rivista si trova impegnata in un lavoro di salvaguardia su un terreno
meno complessivo, ma per il quale si possono nutrire ancora speranze di incidere
sulla determinazione dell'organizzazione del lavoro. È
il caso questo, e vi abbiamo accennato più volte, della lotta contro
l'uso dei manovali in macchina e contro le nomine a macchinista date con
"rito d'urgenza". Il significato più
profondo di questa lotta - anche se l'obiettivo dichiarato era soprattutto la
"difesa della dignità professionale" e
della sicurezza dell'esercizio - sta nel modo in cui si tende a recuperare, nei
nuovi limiti imposti dalla repressione, il discorso della serietà organizzativa
e normativa con la manifesta consapevolezza della impossibilità che, nella
mutata situazione, la giustezza delle idee diventi fattore mobilitante, ed
altrettanta consapevolezza della necessità di tenere sempre viva la
"mobilitazione spirituale" del personale. (25)