NON POTEVA CHE NASCERE IN TRENO
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Decidemmo la struttura e gli articoli del primo numero della rivista il 28 maggio del 1982, quale ultima estenuante fatica di una giornata di lotta trascorsa per le vie e per i palazzi di Roma.

Il desiderato trastullio del treno invocava imperante il meritato abbandono dopo una giornata iniziata nella frizzante alba fiorentina fra le ridanciane schermaglie dialettiche dei belligeranti gigliati e dei buontemponi pistoiesi.

Eppure non si poteva frapporre tempo, il cullare fatale del treno ci avrebbe ben presto inebetito e poi sparpagliato, rendendo difficile la decisione collettiva.

Con i veronesi, veneziani, napoletani e anconetani, avevamo già preso accordi durante la giornata.

Con gli arguti e sarcastici tirrenici di Civitavecchia, Grosseto Livorno e soprattutto con i fervidi pisani ci eravamo lanciati, in corsa sulle opposte piattaforme di Roma Termini, gli ultimi concitati accordi.

La delega operativa a noi fiorentini era d'obbligo per il maggior numero di attivisti, ma soprattutto per la fiducia che ci eravamo guadagnati in una incessante opera di divulgazione, di elaborazione, di chiamata in correo sulle instancabili azioni rivendicative che andavamo proponendo da anni.

Quel giorno, dopo un corteo per le vie cittadine e gli incontri con la direzione generale, un'assemblea di circa 100 persone svolta alla sede centrale della FILTCGIL decise ufficialmente, fra l'altro, la rifondazione della rivista. Nella mozione si dichiarava infatti all'ultimo punto, che l'assemblea: "sottolinea l'importanza di andare avanti, nella costruzione e nella massima diffusione del giornale "Ancora in Marcia", affinché sia un giornale unitario, di confronto, di coordinamento e autogestito dai lavoratori del macchina, basato su una cooperativa". Fu approvata all'unanimità nell'indifferente noncuranza di un segretario nazionale del Saufi e di uno della Filt.

Quella giornata di lotta organizzata per rendere operativi e far rispettare integralmente gli accordi sul nuovo orario di lavoro strappato con il clamoroso sciopero di 24 ore del 29 Aprile del 1980, proclamato dai Consigli su scala seminazionale, costituì il lancio operativo del giornale.

Nel periodo che seguì il vittorioso accordo del Maggio '80 sull'orario di lavoro fu d'obbligo una naturale pausa dei Consigli impegnatisi a vigilare in sede operativa sulla attuazione dei numerosi punti innovativi del contratto sulla organizzazione del lavoro e orario. Ma il tempo giocò sfavorevolmente ai Consigli, divenuti nel frattempo bersaglio di critica, in una preoccupata reazione di rivincita delle Organizzazioni sindacali.

In quel frangente, ormai proiettato col cuore oltre gli appennini fra le dolci colline del veronese i cui familiari cipressi mi resero meno penoso il distacco dal limpido verde toscano, lavorai per qualche mese nel grigio deposito di Brescia.

Quel distacco emotivo che il volontario esilio mi imponeva, mi permise anche di apprezzare meglio i significati di ciò che avevamo appena realizzato.

Fuori dall'impetuosa, ora nostalgica, corrida ideologica che si combatteva da anni nella saletta della biblioteca del deposito di Firenze, alla comune, sincera ricerca del nuovo; lontano dalla stanza del Consiglio che in pochi anni si impose come centro pensante e motore di una rinvigorita generazione di attivisti, i tempi della riflessione si dilatavano, dando talora una visione più nitida delle cose compiute e da fare.

Anche nei depositi che, come Brescia, non vi avevano partecipato, si udiva ancora l'eco dell'iniziativa dell'aprile '80, si riscontrava soddisfazione per quella riuscita contestazione. Non era stato un fuoco di paglia: era certo.

Il nuovo testo normativo, pur nella sua diluita attuazione era ovunque, a testimoniarlo. Eppure, rimaneva dominante la sensazione che tutto sarebbe tornato come prima, forse ancora peggiorato.

Erano stati d'animo fondati, che coglievano il cuore del problema, vedevano esatto nella intrinseca, inevitabile debolezza di quella lotta.

Avevamo registrato percentuali di adesioni inusitate, ormai impensabili per le stesse confederazioni: 80% a Napoli, 86% a Verona, dal 92 al 100% nelle città del compartimento toscano di Firenze, Pistoia, Pisa, Arezzo, Grosseto, Livorno, Chiusi, Siena, La Spezia.

Eppure, stretti dai tempi non eravamo riusciti a darne una dimensione più nazionale. Mancavano i canali di comunicazione e di rapida convergenza tattica con le altre città. Con il sud non vi erano che rapporti sporadici e isolati. I veneziani non poterono che inviarci la loro solidarietà. Così i genovesi di Brignole, il cui CdD diede indicazione di non sostituire i colleghi scioperanti del compartimento fiorentino. Con i bolognesi non riuscivamo a intavolare un dialogo sgombro da pregiudizi. Con i romani, che pur avevano un discreto telaio di attivisti ed in piedi uno stato di agitazione, non fu invece possibile coordinare l'azione per le sostanziali divergenze di alcuni loro delegati che guardavano con sospetto l'iniziativa ritenuta troppo debole nei contenuti e compromissoria nei metodi.

Non fecero convergere il loro stato di agitazione in quello sciopero, e durante la stretta finale delle trattative che ne seguì, 1'8 giugno, chiesero comunque di partecipare al tavolo del negoziato per poi abbandonare con clamore la sala in segno di protesta, più verso la nutrita delegazione dei Consigli, che per la prima volta in ferrovia avevano strappato la gestione diretta della trattativa finale, che verso l'Azienda.

Quella incomprensione era l'emblema delle difficoltà che, per chi aveva la responsabilità di coordinare il movimento, non poteva essere sottaciuta nell'ebrezza del momento.

La mancanza di un comune strumento nazionale di dialogo, di elaborazione collettiva, di ricucitura della frantumazione propositiva dei diversi impianti e componenti: in questo stava la precarietà di questo successo.

Finché fossero rimasti vegeti e attivi i Consigli, quali strutture direttamente rappresentative e libere di agire in un rapporto dialettico di unità-critica verso le organizzazioni sindacali, i collegamenti, la sedimentazione unitaria delle idee, per quanto faticosa, sarebbe potuta proseguire.

Ora però era in gioco proprio il ruolo dei Consigli, dell'autonomia rappresentativa dei delegati.

Le strutture sindacali persero l'occasione di un fecondo incontro con quelle strutture da cui trarre linfa per i proclamati desideri di svecchiamento.

Anzi era in pieno sviluppo un processo di destrutturazione delle articolazioni periferiche del sindacato e delle sue forme organizzate di più diretta espressione degli iscritti.

Nella idealistica e frettolosa foga di dotarsi di una visione globale sulla politica dei trasporti tramite l'accentramento intersettoriale delle strutture sindacali, furono inibiti anche quei veicoli di diretto protagonismo della base che pur avevano funzionato da ammortizzatori, da strumenti di consenso e di dialogo, condizioni vitali per la legittimazione delle stesse strutture sindacali.

Furono aboliti i raggruppamenti. L'ultimo convegno del raggruppamento del macchina degli iscritti SFI-CGIL fu nel 1976. Poi si parlò di sopprimere la rivista "In Marcia" che, venendo dall'alba del movimento sindacale italiano, rimaneva nel cuore dei macchinisti, incuteva, pur nelle lacerazioni che si stavano consumando, il rispetto di tutti.

Quella logica burocratica e autoritaria dell'accentramento, quell'idea allora molto in voga, che tutto ci_ che rappresentava il particolare, lo specifico, la parte, era di per se viziata di corporativismo, di sterile ed egoistico settorialismo, non poté evitare di far compiere ai dirigenti sindacali l'ingenuità di sottrarsi una parte della loro storia, di negare le radici storiche della loro stessa, attuale legittimazione.

Con ciò vollero, in un atto autolesionistico, sublimare l'accettata idea dell'intersettorialità, ma proprio l'accentuazione puramente organizzativa di quella idea, l'impostazione idealistica e schematica del rapporto dialettico fra particolare e generale, fra specificità di mansione e solidarismo intersettoriale, rese inutile ed anzi dannosa per lo stesso sindacato quella operazione verticistica.

Ne risultò sfoltita, non la schiera di funzionari, ma gli strumenti della democrazia rappresentativa.

La decisione di sospendere la pubblicazione di "In Marcia" fu senz'altro l'atto più leggero e grave dei dirigenti dello SFI-CGIL ai quali è tradizionalmente spettato il ruolo di principale rappresentanza dei macchinisti.

Fu il colpo più duro per i macchinisti. Non già perché la rivista svolgesse un ruolo guida nella categoria avendo ormai perso, dopo la gestione milanese, la sua carica contestativa e stimolatrice delle idee, ma perché rimaneva comunque il simbolo tangibile di un rapporto con il passato, con la propria storia, con una professionalità che veniva da lontano, rispettata, e, fino a poco tempo prima, anche riconosciuta moralmente ed economicamente.

Cancellare la rivista significava rescindere il legame presente e passato con la propria identità professionale e il ruolo autorevole svolto nella nascita del movimento sindacale in ferrovia, negli anni venti, nella ricostruzione, durante gli anni di ghiaccio, della guerra fredda, quando pressoché soli furono chiamati allo sciopero politico di protesta contro l'Amministrazione americana.

Significava riaffermare, con un estremo e più incisivo atto di rimozione culturale, la bramosia esorcizzante di negare la più significativa manifestazione espressiva di un gruppo sociale che, nonostante le approssimative elaborazioni approntate per l'occasione dai centri studi sindacali, si manteneva saldamente ancorato ad un mestiere dalle accentuate tonalità professionali.

Nel dicembre del 1979, dopo settanta anni dalla sua nascita, e con l'augurio di "buone feste" ai macchinisti e alle loro famiglie, la redazione dovette annunciare la definitiva sospensione delle pubblicazioni.

Le novità moderniste del sindacato non ammettevano né rimpianti né immobilizzanti nostalgie.

Eppure, stravaganze della storia, non appena sette anni dopo, quando oramai l'idealità di quella vecchia rivista riviveva in "Ancora in Marcia", la FILT-CGIL dette vita ad una nuova anemica rivista di settore, a cui, paradosso, dello strumentalismo, dette un nome' marcatamente di mestiere: "Il Macchina".

Non so se quella scelta fu il frutto di una travagliata autocritica sull'insensata autoflagellazione del passato, mala realtà dell'operazione editoriale rappresentò la definitiva autoammissione sul contenuto demagogico delle accuse, fatte irresponsabilmente dilagare su tutti gli altri profili professionali, sul presunto, incorreggibile corporativismo del macchinista.

Tuttavia la soppressione di "In Marcia" sorti nell'immediato l'effetto opposto a quello desiderato, giacché spinse i più, in un moto di istintiva autodifesa emotiva a raccogliersi intorno ai Consigli che, proprio in quella fase, stavano vivendo la loro primavera.

Fu invece a cavallo fra la lotta dell'aprile '80 e la manifestazione del maggio '82, con la preoccupazione che la contesa sull'autonomia dei Consigli potesse essere persa, che più forte si senti la perdita di quel legame con l' "In Marcia".

Nell'afosità fiorentina di una giornata di luglio del 1981 tre delegati, che forse serbano ancora nel loro portafoglio una delle prime tre tessere fra quelle provvisorie che furono poi distribuite fra i tanti, primi fondatori della cooperartiva dell' "Ancora in Marcia", ragionavano fra loro su queste vicende.

A loro, sconsolati, forse per i ritardi attuativi dell'accordo sull'orario di lavoro dell'anno precedente che avrebbero potuto scuotere il prestigio conquistato dai Consigli, si fece luce l'idea di rifondare la rivista dei macchinisti, di dotarsi di uno strumento di ragionamento collettivo, di coordinazione, di salvaguardia di quegli strumenti di rappresentanza diretta che stavano per essere duramente logorati proprio nella gestione della loro più importante vittoria.

Si lasciarono increduli e dubbiosi di fronte a un progetto appena accarezzato, ma che sembrava troppo grande. Fuori dalla loro portata non tanto per la debolezza della trama progettuale che era stata verificata e vivificata in tanti anni di iniziative e di messappunto teorica, ma per le enormi energie che avrebbe richiesto, ancora più grandi per l'essere prodotte da lavoratori senza distacchi, né permessi sindacali.

Furono i fatti e la determinazione dei delegati a tramutare in realtà quel barlume appena e timidamente accennato.

La minaccia di una nuova fuoriuscita in massa dal sindacato quale protesta per gli ingannevoli tentennamenti attuativi dell'accordo si fece realtà.

I pisani, che furono sin dall'inizio con i fiorentini e i pistoiesi e i veronesi gli elementi trainanti, ma che ancora più di loro avevano creato un fronte compattissimo, si adoperarono in ogni direzione nelle sedi sindacali e di partito, specie del partito comunista, per sbloccare quella scivolosa situazione.

Ma quanto più si inoltrarono nel labirinto dello scarica barile, quanto più la determinazione si trasformava in fatalistica sfiducia di modificare dall'interno le fondamenta del sindacato unitario.

Quell'idea del rito collettivo dello straccio delle tessere o dello sventolarne mazzetti sul muso di qualche segretario nazionale si fece strada, ma non poteva essere un nostro metodo, perché vi era in ci_ il sapore del ricatto clientelare più volte criticato per quei profili professionali ben ammanicati con i vertici, perché avrebbe avuto in sé una valenza negativa, pregiudizievole per il futuro, per quella cristallinità di idee che si andava affermando.

Ma quelle scelte sarebbero state tanto più gravi perché provenienti da delegati con solida articolazione politica e ideale, e successive ad una vittoria appena ottenuta.

Divenne urgente prendere iniziative capaci di evitare che l'unità e la fiducia affermatesi in quegli anni, andassero disperse.

Così, a pochi mesi di distanza, quell'idea del giornale divenne patrimonio dei delegati di Firenze, Pisa, Arezzo, Pistoia, Grosseto, Livorno, La Spezia, Napoli, Roma, Verona, Trento, Bolzano, Ancona che, riuniti al dopolavoro di Firenze in una folta assemblea, decisero, il 13 Maggio 1982, di rifondare la rivista "In Marcia" con la nascita di "Ancora in Marcia", e di indire per il successivo giorno 28 una manifestazione a Roma per l'attuazione dell'accordo.

La piattaforma su cui questa nacque esprime la profonda carica unitaria, la volontà di rigenerare nel movimento sindacale una diversa cultura dell'impegno sociale, della militanza, del funzionariato.

Vi è la matura consapevolezza di cittadini e di uomini politici pensanti, della necessità e del dovere civile di contribuire con ciò, nel proprio specifico, alla vivificazione della democrazia italiana.

Si sente il bisogno di affermare il protagonismo attivo, non delegato; di costruire dentro la specificità del lavoro un terreno di libero confronto, fra uomini laicamente liberi di esprimere il proprio convincimento ideale al di sopra delle strumentali e coercite divisioni degli apparati.

In quell'originale intreccio tra capacità di unità e determinazione nella critica, fra la consapevolezza di intervenire sulle degenerazioni delle strutture sindacali ufficiali, ma di rispettarne il prezioso patrimonio storico, fra la rigenerante forza della contestazione e la preoccupazione di non lasciare il vuoto e la disgregazione; in quella ostinata volontà di determinare comunque unità, fiducia, dignità nel lavoro, si fonda il presupposto ideale che permise alla nuova rivista di ottenere in pochi mesi il generale consenso su scala nazionale.

In ciò sta anche l'elemento peculiare, di necessaria novità di "Ancora in Marcia" rispetto a quella precedente, trovandosi ad agire in una realtà forse più difficile, certamente più complessa, dominata dalla frantumazione dei comportamenti e delle idee, indotte dalle strutture dell'informazione e dalla codificazione del gergo politico.

Il richiamo alla continuità con la vecchia rivista, per non cadere in uno sterile compiacimento storico, non poteva non prevedere anche l'elemento della critica, del superamento di ciò che essa era divenuta negli ultimi anni, ridotta dopo la gestione milanese, ad un ambito di maníeristica illustrazione delle posizioni delle strutture sindacali.

Non poteva non ritmare la sua autonomia e originalità rispetto al passato per poter meglio riproporre questo essenziale strumento editoriale, divenuto nel corso della frantumazione sindacale organo di una sola parte, per quanto maggioritaria, a tutti i macchinisti uniti.

Quella cesura col passato fu una necessità operativa, quale bisogno dell'azione e dell'intelletto, ed era al fine il migliore legame con la carica dissacrante e di speranza con cui "In Marcia" affond_ le sue radici nel movimento operaio italiano.

Quel padroneggiare felice del nesso dialettico fra unità e critica, non fu il frutto di accademiche discussioni, ma il portato dell'azione pratica collettiva della sua inflessibile forza plasmante, fu la conseguenza di complessi intrecci di vicende umane, affettive, di persone concrete che annodarono i propri eventi privati con quelli pubblici, pagando talora gravi prezzi, in stati emozionali di cui ancora oggi rimango sorpreso e mi affascina l'indagatore dubbio su quanto permearono di sé i fatti oggettivi.

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