Noi macchinisti corporativi eccellenti!
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"Corporativi!" Troppe volte abbiamo sentito usare a sproposito questo termine. Talvolta per abitudine e per ignoranza del significato che esso implica. Il più delle volte per intimorire i lavoratori, facendo leva sulla loro sensibilità politica e ideologica.

Troppe volte si è evitato di analizzare i motivi soggettivi e la base strutturale di una protesta, di un comportamento, appioppando questo "vigoroso" termine ad effetto che tanto appaga chi lo pronuncia.

Ora che i più fra noi si sono resi conto dell'abuso e dell'uso strumentale che ne è stato fatto, diventa utile affrontare in profondità la questione, per dimostrare come questo sistema di confronto per anatemi produca faziosità, divisioni, riserve mentali e, soprattutto, implica una concezione non democratica, totalitaria, della società, degli strumenti e dei modi in cui si esprime la sua multiforme realtà.

Veniamo al dunque. L'idea principale è questa "Tutto ciò che è fatto o richiesto come specifico settore produttivo o di qualifica è corporativo". Per noi lavoratori del macchina vale quasi sempre, per altri qualche volta.

Noi invece riteniamo che una rivendicazione, una lotta, un giornale come questo, non può essere considerato corporativo per il semplice fatto di essere prodotto da una qualifica, da un settore produttivo o da una parte di lavoratori. Tutto dipende dalla linea, dalla motivazione da cui nasce ogni esigenza specifica, da come questa si rapporta con l'evoluzione dei processi ]produttivi.

È REGRESSIVO ED E CORPORATIVO tutto ciò che ostinatamente tende a difendere situazioni di privilegio, situazioni normative, salariali, di mansionario, non più rispondenti ai bisogni produttivi, alla più razionale ed equilibrata distribuzione del lavoro.

È PROGRESSIVO invece tutto ciò che vuole far corrispondere il salario e le condizioni contrattuali al valore oggettivo del lavoro realmente svolto, che rivendica il giusto prezzo del proprio lavoro. Progressivo perché corrisponde al principio "a ciascuno secondo il proprio lavoro" che è un grande valore di uguaglianza e di democrazia.

È CORPORATIVA E SCISSIONISTA quell'azione silenziosa, clientelare di lavoro ai fianchi a qualche alto dirigente per garantire tessere e lealismo in cambio di regalie. Metodo affermato e generatore degli intoccabili, ma che noi disdegniamo.

È INVECE PROGRESSIVA E LEALE la rivendicazione aperta che, fondata su ragioni obiettive, non teme il confronto e di manifestarsi con la lotta.

Quanto è sleale e dannoso per l'unità di classe scagliare una parte di lavoratori contro l'altra per bloccarne l'iniziativa!

Quante volte abbiamo udito degli irresponsabili aizzare strumentalmente gli altri ferrovieri contro i lavoratori del macchina anziché lavorare per l'unità mediante la spiegazione del nostro lavoro e del valore oggettivo che esso ha!

Questo metodo ha creato il vero corporativismo; più sottile, più dannoso: un "corporativismo rovesciato", in cui una parte di lavoratori fa da gendarme all'altro, una parte teme di perdere qualcosa dall'acquisizione dell'altro, una parte teme le ragioni dell'altra perché non pu_ dimostrare le proprie. Questo è il vero pericolo. Contro di esso dobbiamo batterci, in primo luogo come persone che vogliono lealtà e democrazia. Ma anche come PdM togliendoci questo freno psicologico del corporativismo, questo peccato originale che ad arte ci hanno narrato.

Dobbiamo dire le cose chiare, con spirito unitario, senza rivalsa, ma con decisione. Nel grande sciopero dell'80 ci fu questa maturità. Ci furono tante resistenze e incomprensioni. Ma l'evidenza dei fatti fu tale da smuovere le menti per imporre successivamente una maggiore disponibilità.

Bisogna dire che la caccia al corporativismo è la conseguenza delle difficoltà delle strutture sindacali di parlare chiaro a tutti i lavoratori e alle controparti, di rimuovere il clientelismo e la nullafacenza. di superare al proprio interno la logica della spartizione del potere e della linea rivendicativa basata sul numero delle tessere e sulla spartizione delle aree professionali di influenza.

Tanto meno si ha la voglia di superare nel sindacato questa concezione della politica insegnata dai partiti delle classi dominanti, tanto più ci si accanisce contro ogni "fuga", ogni rivendicazione specifica, perché minaccia questa Impalcatura che resiste solo difendendo lo "status quo", imponendo passività ai lavoratori ed ai suoi Consigli.

Tanto più si fonda una linea rivendicativa sull'equilibrismo di apparato tanto meno si è capaci di convogliare le spinte dal basso, anche le più specifiche, su una corretta spinta di insieme.

Tanto più si teme e si demonizza a priori l'iniziativa che non sia sotto il rigido controllo dell'apparato tanto più si mortifica la partecipazione attiva, la voglia di far militanza, sclerotizzando la struttura sindacale che si apre così ai più mediocri e ai meno sensibili al dialogo con i lavoratori.

Tanto più si condanna il manifestarsi aperto e leale delle rivendicazioni tanto più si incentiva il sotterfugio del clientelismo.

Noi non diciamo "Viva il particolare contro il generale". Diciamo: "Viva il generale capace di raccogliere, guidare e sviluppare il particolare".