IL LAVORO DI GUIDA: CROGIUOLO
DELLO SCONTRO
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Sul quel piano, i fatti, che fra il '72 e l'82 turbarono in profondità le relazioni aziendali e sindacali, si disegnarono in immagini di forte contrasto, drammatizzate, ad un tempo complesse e di più essenziale identificazione: il lavoro di guida si trovò al centro della disputa, pomo della discordia, simbolo emblematico e contraddittorio dello scontro fra gli apparati e le linee sindacali, sul diverso modo di intendere e di riconoscere la professionalità nel suo intreccio con la realtà vera delle mansioni e delle emergenti spinte clientelari.
Presupposto fondamentale ed inevitabile dell'affermazione anche in ferrovia di una pratica sindacale clientelare/corporativa, già dominante nei settori amministrativi dello stato, non poteva che essere quello di attaccare il mestiere del macchinista, perché costituiva per l'azienda l'insostituibile equivalente generale di commisurazione dei valori e dei prezzi delle diverse mansioni, perché l'immagine che esso proiettava fuori (soprattutto fra gli appassionati, intenditori, al di sopra di ogni sospetto) e dentro le ferrovie era inconciliabile, indisponente, per l'affermazione della conservatrice e strumentale linea ultra-egualitaria.
Eppure, simpatia della storia, proprio quella circostanza di ritrovarsi improvvisamente bersaglio principale delle forze sindacali di centro, ma, per pavidità o semplicioneria, anche da quelle tradizionalmente amiche, divenne, per il concorrere di fortuite e volute circostanze, il prezioso presupposto di una più affinata e smaliziata coscienza che permise tra 1'80 e l'82 di sviluppare in ferrovia le prime lotte, promosse dai Consigli dei Delegati in piena autonomia dalle direzioni sindacali, con significativa, non episodica, coordinazione nazionale, con adesioni plebiscitarie, ma soprattutto con la consapevolezza, in particolare (nella Toscana) dei numerosi quadri iscritti al partito comunista e partito socialista, di non poter più rinviare nella speranza il bisogno impellente di rifondare le strutture e il pensiero democratico dei sindacati e delle relazioni industriali.
L'adesione convinta, matura, di questi ultimi, che pur nella loro fedele militanza di partito riconobbero in quella autonomia, in quella trasgressiva insubordinazione ai loro compagni sindacalisti di partito, la maturità dei tempi, il bisogno di vivificare nell'azione il loro stesso credo ideale, fu il tratto più significativo della lotta dell'aprile '80 da cui poi nacque il nuovo orario di lavoro e su cui furono gettate le solide basi per la rifondazione della rivista dei macchinisti.
In quella partecipazione attiva si concretizzò anche un elemento di novità rispetto alle pur numerose lotte spontanee e contestative, che in ordine sparso si erano sviluppate su gran parte della rete ferroviaria a opera dei diversi impianti e profili professionali, ma dove si era trascurato questo essenziale elemento di unità, e dove anzi, talora, se ne era ricercato, con l'infantilismo tattico e ideale, lo scontro.
Fu la vittoria dell'unità ritrovata. Fu la vittoria della ragione dei fattori, della primordiale solidarietà mutualistica sulle coercite adesioni alle discipline di apparato.
Fu anche la felice conclusione di una idea che, nata e sviluppatasi in particolare a Firenze, fra numerosi attivisti di base dei diversi sindacati e partiti della sinistra, giovani e anziani, di quasi tutti gli impianti, si erano dati una propria struttura cittadina e poi nazionale di feconda elaborazione e di coordinazione delle idee, emancipandosi dalle precarie e infruttuose esperienze dei CUB, CUdL, CdL, che sorsero tra il '72 e il '76 in vari punti della rete, incapaci di dare proiezione duratura a quelle iniziative di lotta seppure caratterizzate, talvolta, da forti adesioni di massa.