A distanza di sei anni dalla rifondazione della rivista dei macchinisti, è facile perdere i contorni emotivi, le circostanze umane, le tensioni ideali e il concatenarsi, un po' fortuito, un po' voluto, con quegli eventi che dettero vita a questa singolare creazione editoriale.
Ciò che ora appare un fatto spontaneo, naturale, logica conseguenza espressiva di una speciale, spesso anomala e inaspettata, condizione di lavoro, fu invece allora la conclusione felice, non scontata, ma intensamente voluta, di un tormentato processo di ricomposizione unitaria di un settore di lavoratori altamente professionalizzato che pur essendo tradizionalmente legato ad una idea solidaristica, per le sue prevalenti composizioni politiche di sinistra, divenne fra la fine degli anni '60 e tutti gli anni ' 70, oggetto impietoso di volute lacerazioni interne.
Quella forte ed esemplare coesione interna che aveva prodotto nel passato i più alti indici di sindacalizzazione e di partecipazione alla vita e alle lotte sindacali aveva anche dimostrato, senza che ne fosse richiesta (allora!) la prova, che l'alta responsabilità e professionalità del proprio lavoro, la consapevolezza di esse, l'orgoglio di praticarle e di rivendicarne il riconoscimento, non fosse sinonimo di settorialismo, di ineluttabile corporativismo. Anzi, in quella coscienza ferveva il senso del dovere, l'attaccamento al lavoro, il gratificante arricchimento di una professione che, per sua natura, rifiutava, nel bene e nel male la schizofrenica separatezza fra tempo lavorato e tempo libero, e con tutto ciò una più matura e feconda idealità sindacale.
Il lavoro di guida nel suo invadente procedere fra le altre mansioni che lo rendono operante ne esplora il reciproco concatenarsi, urta e indaga spontaneo sui gangli che ne frenano il moto, soffre delle incongruenze, degli inutili e parassitari orpelli che ne rendono incerta e burocratica l'azione, desidera e apprezza il combinarsi fluido delle mansioni e della tecnica, perché istintivamente intuisce che nel suo più utile compimento si soddisfa contemporaneamente ad un bisogno sociale e a quello del suo operatore: il macchinista.
In questa centralità del lavoro di guida nell'organizzazione del ciclo lavorativo delle ferrovie, in questo intreccio positivo fra interesse sociale collettivo e interesse privato, quale lavoratore, affonda nel tempo la singolare esperienza sindacale dei macchinisti che hanno sentito da sempre il bisogno di proiettare in uno stretto legame con gli altri settori professionali la loro grande forza che è sì contrattuale, ma soprattutto di grande, interiore interna coesione umana, di rispetto e comprensione reciproca.
Chi scrive, visse, con la gioia e l'orgoglio degli splendidi sogni di ventenne, quegli anni che, ingrati e gelosi verso quelle intrinseche qualità che allora apparivano agli altri residuo di un insostenibile passato, presuntuose e irritanti verso il più rassicurante e telegenico profilo dell' "operaio massa", produssero una difficile, sofferta lacerazione interna. Ognuno contro tutti nella propria idea di ricomposizione. Aggressiva spartizione degli apparati sindacali. Produzione di confusionarie e approssimative, ma corrosive, idee sul corporativismo, sul settorialismo, sull'egualitarismo di maniera, spento del suo valore di equità e giustizia, ed usato invece con cinismo ideologico per immediati e puerili soddisfacimenti di pressanti rinascenti clientele.
In pochi anni un prezioso tessuto di unità organizzativa e sindacale, (filato in lunghi anni di feconde e riecheggianti esperienze), una singolare e ormai rara orditura tra specializzazione tecniconormativa, passionale interpretazione del proprio mestiere, forte senso dell'organizzazione sindacale e politica, naturale solidarismo interpersonale, fu distrutto da incaute e non lungimiranti scelte di politica sindacale, ma forse, soprattutto, dal turbinio trsformativo di quegli anni che, come sempre accade, nella molteplicità di positivi e talora traumatici eventi innovativi della nostra democrazia, non seppero evitare alcuni, forse inevitabili, contraccolpi negativi.
Entrai in ferrovia nel pieno di quella crisi. Era l'estate del '72. Con migliaia di giovani nuovi assunti vi portammo il vigore dell'età, allora assetata di radicali cambiamenti e appassionanti idealità.
Conducemmo in quella inaspettata esperienza lavorativa il fresco fragore delle lotte studentesche, con le loro insofferenze antíautoritarie, le disinibite volontà di critica della realtà, l'inesauribile desiderio di esasperare il moto del tempo nel protagonismo di massa.
Realizzavamo in una scelta imposta dai bisogni della vita e in una sfera personale, la saldatura fra due mondi che scossi dal profondo conflitto sociale di quegli anni appena trascorsi dal "fatidico" '68, si erano cercati, respinti, saldati in vibranti e molteplici esperienze, offesi e ignorati in altri attimi di incompresi comportamenti.
Alcuni, non pochi, spinti soprattutto da quel generale e disinteressato amore per l'arricchimento intellettuale che caratterizzò quella fase, mantennero in loro la dualità di quei mondi continuando o promuovendo gli studi universitari nei rari meandri di tregua concessa dal turbinio dei fatti e dall'instancabile slancio dell'impegno sociale.
Ciò contribuì a dare tono culturale e visione prospettica a quella forte richiesta di cambiamenti che di lì a pochi, interminabili anni, avrebbero scosso le relazioni sindacali, l'articolazione degli strumenti di formazione del consenso, la stessa etica comportamentale nei rapporti fra base e vertice, fra eletti e elettori, fra oratori e uditori, fra militanti delegati e funzíonari di mestiere, fra attivismo spontaneo e militanza finalizzata, fra sottomissione di partito e libertà indomabile del convincimento politico.
Quel rinnovamento generazionale, avvenne in ferrovia con qualche anno di ritardo rispetto alle profonde mutazioni che già avevano investito i settori produttivi dei grandi poli industriali del nord. L'effervescente ciclo di lotte vissuto in quelle aree, offrì anche al mondo delle ferrovie opportunità di riflessioni, di predisposizioni emotive, destò curiosità, spinse i più appassionabili attivisti della sinistra, e soprattutto di quella che poi fu anche definita la "nuova sinistra", a ricercare analogie, motivi di saldatura, strumenti trasformativi di pari efficacia.