LA RIFONDAZIONE DEL GIORNALE: FATTI ED EMOZIONI
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Il giornale usci con il suo primo numero nel luglio del 1982. Fu il numero zero. Seguirono altri due numeri zero in via sperimentale e, verificata la consistenza delle adesioni, cresciute rapidamente, la sua pubblicazione, con periodicità pressoché mensile, non fu mai interrotta.

Negli editoriali di quel primo numero stanno le ragioni ideali, le emozioni, anche le sofferenze e le mortificazioni, ma soprattutto la profonda, determinata volontà unitaria e trasformativa che motivò la rinascita del giornale. Essi esprimevano la maturità raggiunta dai delegati di base dei Consigli dei Delegati, rappresentavano il prodotto ideale di dieci anni di paziente lavorio in cui si era cementato un comune intento, la consapevolezza di dovere, e finalmente, potere, costruire la rifondazione dal basso del sindacalismo unitario.

Alcune idee forza, guardate in origine con prudenza, con fatalistica incredulità, con la diffidenza personalistica indotta dai meccanismi diffamatori allora fiorenti, fecero breccia, divennero patrimonio di massa, furono fatti propri dalla quasi totalità dei delegati della Toscana e di altri significativi depositi della rete.

La ricomposizione emotiva ed ideale della categoria, il ritrovato democratico desiderio di protagonismo, la consapevolezza collettiva di aver finalmente risalito l'irta china, stavano lì in quel giornale, erano oramai solidamente ancorati nella profondità programmatica di quegli editoriali. Essi furono disegnati solo casualmente da una medesima penna, perché furono in verità l'espressione corale di una reciproca, condizionante crescita.

Se i dirigenti sindacali e di partito più intellettualmente fini e lungimiranti avessero prestato la necessaria attenzione a quell'evento editoriale e al suo progressivo impianto ideale, molte successive fratture e perdite di consensi sarebbero, forse, potute essere evitate.

Se la sensibile e attenta lettura dei fermenti intellettuali della gente, non fosse stata soppiantata dall'arroganza e pressappochismo culturale, comportamentale degli yesmen dell'apparato, si sarebbe allora colta la carica unitaria, positiva di quella proposta, si sarebbe certamente evitato l'accanimento restauratore con cui si inveì successivamente sui Consigli dei delegati che pur nei loro disinibiti comportamenti rappresentavano una fondamentale cerniera dialogante con le strutture sindacali ufficiali.

Fu proprio quella smania di controllo burocratico dei Consigli, quell'incontrollato fastidio verso la dialettica politico-sindacale che essi suscitavano, fu quel bisogno psicologico di sopprimere l'impertinente schermo che inarrestabile riproduceva la loro poco consolante immagine, la causa fondamentale del successivo esplodere del fenomeno dei Cobas nelle ferrovie.

Privati degli strumenti di democrazia diretta, negati gli ambiti di libero e coraggioso confronto delle idee e delle scelte sindacali, i macchinisti italiani non potevano non inventarsi nuove forme di organizzazione sindacale di massa.

Riattivate dalla loro rivista "Ancora IN MARCIA" le trascorse virtù di dignità e combattività sindacale, ritrovata l'unità interna e il loro tradizionale solidarismo umano, sono stati poi capaci di esprimere un'inedita e originale esperienza sindacale che, per vastità territoriale del fenomeno, per le reitarate massicce adesioni nei dodici scioperi nazionali proclamati, per l'uniformità dei comportamenti e l'impermeabile capacità di resistere ai disgreganti messaggi delle strutture dell'informazione, costituisce senz'altro uno dei più interessanti episodi nella storia del movimento sindacale italiano.

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