GIOCO INTRIGATO
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Eppure quella patina singolarmente miscelata di alta professionalità tecnica e parassitario burocratismo ministeriale, di mature e avanzate enunciazioni sindacali e di assuefazione impiegatizia dei suoi dirigenti, di straordinaria forza contrattuale dei ferrovieri e della loro immeschinita diatriba professional/clientelare, fu capace di rendere impermeabile questo mondo.

Gli avvenimenti filtravano lenti, si diluivano nel tempo. Ogni struttura della democrazia rappresentativa consolidata come fatto innovativo nei settori dell'industria diventava nelle ferrovie terreno di infuocate dispute: appassionate volontà di imitazione contro recalcitranti resistenze all'innovazione imposta, non gradualmente concessa. I militanti sindacali di quelle stesse forze politiche nelle strutture sindacali dell'industria, in particolare la FIOM e la FIM milanese, davano vita alle più feconde e disinibite elaborazioni, si ritrovavano invece nelle ferrovie, invischiati com'erano negl'immobilizzanti ricatti clientelar/sindacali, i principali, manifesti oppositori della spinta innovativa.

Il patto federativo, il tema dell'unità sindacale, svuotati dei loro contenuti ideali nati dalle lotte operaie del '68-'72, divennero sempre più, e in particolare nelle strutture produttive del pubblico impiego le are sacrificali delle spinte innovative, delle rigeneranti critiche che nascevano dal basso.

Ogni tematica contrattuale, articolazione di obbiettivi, decentramento decisionale, contrattualità periferica che nasceva dalle strutture e dai militanti di base si scontrava sempre con il tema dell'unità sindacale, che tutto frenava, smorzava, nel rito degli equilibrismi tattici e neocorporativi degli apparati sindacali.

Le stesse spinte unitarie che dal basso si materializzarono sincere e determinate in numerosi episodi di lotte compatte, dove i lavoratori sintetizzarono la necessità di operare al di sopra degli artificiosi, indotti, steccati organizzativi, venivano mortificate, dileggiate, dalle strutture degli apparati sindacali, proprio in nome delle necessità dell'unità sindacale.

La loro unità sindacale opposta in un inconciliabile dualismo a quella dei lavoratori, perché paradossalmente imponeva il primato della partigianeria, dei bisogni degli stessi apparati, delle loro vitali mediazioni con i gruppi di pressione professionali, con i loro ricatti finanziario/organizzativi. Le forze politicamente progressiste del fronte sindacale non si resero allora conto, se non sul finire di quel decennio chiave '72-'82, di essere attori e vittime di una prassi che giocava, nel tempo, alle forze regressive, clientelari, più intrecciate nel reciproco condizionamento/avvantaggiamento con gli apparati ministeriali e aziendali. Non capirono che quella frattura fra lavoratori occupati e forze di sinistra, segnalatasi ora anche elettoralmente, e che allora, nell'euforia dei successi, sembrava impossibile, era invece già in nuce, inavvertitamente operante, quale indecifrato disegno delle forze regressive e politicamente di centro.

Queste seppero imbottigliare nel patto federativo il libero manifestarsi delle peculiarità fra le diverse componenti sindacali per rimanere protette dalla critica di massa. Forzarono al parossismo le, originariamente giuste, tematiche egualitarie per realizzare sotto questo candido manto i più incongruenti favoritismi contrattuali che permisero loro di allargare interessati sostegni, creando invece scompiglio e disorientamento nei settori produttivi, maggioritari numericamente e tradizionalmente legati alle forze della sinistra. Bloccarono negli angusti vincoli degli accordi quadro le potenzialità contrattuali e con ciò la possibilità di dare giusti riconoscimenti alla accentuata articolazione professionale presente in ferrovia.

Mortificarono le libere scelte produttive e tecniche dell'azienda imponendo ai gruppi dirigenziali ormai intrecciati, talvolta identificati con i quadri sindacali, politiche funzionali e protettive degli stessi apparati sindacali.

In pochi anni furono dissolte le congruenze economiche e normative nei rapporti di produzione: la corrispondenza fra valore e prezzo delle singole mansioni, fra qualità produttiva della prestazione e riconoscenza remunerativo/normativa si divaricarono senza prospettiva di soluzione, determinando lacerazioni interne su cui affondò impietosa l'iniziativa del sindacalismo autonomo. Così le forze sindacali e politiche di centro, con l'intento di recuperare l'ondata di progresso politico che si andava affermando in Italia, divennero ad un tempo forze di governo e di opposizione. Seminavano conflitti da cui mietevano consensi. Creavano consensi per rinfocolare divisioni che scossero alle radici le forze ideali della sinistra.

I ruoli giocati da ciascuna forza risultavano allora molto confusi. Al prolungato disorientamento non poteva bastare la solidità della fede politico-ideologica. Mi ci vollero otto anni di intensa milizia sindacale, di estenuante decodificazione dei comportamenti, di grossolani errori, di struggenti delusioni, soprattutto di ragionata, incessante attività rivendicativa, per capire unitamente a tanti delegati di base dei nascenti Consigli l'essenza della realtà che stavamo vivendo.

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