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Quando, all'interno dell'appena unificato Sindacato Ferrovieri Italiani, fu decisa la pubblicazione di In Marcia! non pochi dovettero essere i timori che il suo ruolo risultasse "nocivo all'organizzazione unitaria" se Castrucci, fin dal primo numero, si trovò costretto ad affrontare direttamente l'argomento affermando che "le varie categorie possano lavorare per il loro sviluppo morale, senza danneggiare in alcun modo il principio e l'essenza dell'unità"(1).
Organo ufficiale del Sindacato era la "Tribuna dei Ferrovieri", ma, nonostante ciò, è lo stesso SFI, tramite la Commissione di Categoria, a curare l'edizione di In Marcia!.
Occorre però chiarire che le strutture orizzontali del Sindacato, le Commissioni di Categoria, agivano con una notevole autonomia di elaborazione ed anche di agitazione, essendo difficilmente possibile ricondurre a matrice comune i differenti problemi vissuti da ogni singolo raggruppamento, pena l'appiattimento o la scarsa considerazione della rilevanza degli stessi.
L'incanalamento in una visione più complessiva delle specificità di categoria è il compito "sindacale" che si prefigge la rivista - e la Commissione di Categoria -, ma vedremo come il rapporto con il Sindacato e con il concetto di unità non si presenti come un postulato intangibile, bensì sia verificato in un continuo rapporto dialettico che, non escludendo la considerazione degli umori e delle tendenze che si determinano fra il Personale di Macchina, contribuisce all'arricchimento complessivo e cosciente della realtà e della linea unitaria.
Questo vuol dire che, pur perseguendo con salda convinzione la linea della unità, le colonne della rivista saranno aperte al più franco dei dibattiti attorno ai problemi di organizzazione, soprattutto quando gli eventi sindacali e politici porteranno a far riemergere la tendenza al "fare da soli" mai assopitasi all'interno della categoria.
La "Macchinisti e Fuochisti" era stata infatti, prima dell'unificazione, una delle società di resistenza più combattive e sindacalmente consapevoli, con un ruolo trainante nei confronti di altre categorie ferroviarie.
Il peso di questa tradizione, unito al travaglio di assestamento del nuovo sindacato e, più tardi, alla commisurazioni di diverse capacità di resistenza di fronte alla reazione aziendale e governativa, faceva del dibattito sulle scelte sindacali, ma soprattutto organizzative, uno dei terreni più fertili in cui si cimentava la rivista.
Vedremo di seguire, se pur per sommi capi, l'articolazione di questo dibattito con particolare riguardo alla posizione assunta in prima persona dalla rivista ed anche in riferimento ad uno dei capisaldi dell'impostazione della stessa: la difesa dell'autonomia sindacale nei confronti di qualsiasi rapporto di dipendenza politica.
Duplici erano le motivazioni, fondate sulla recente esperienza, che portavano ad assumere una posizione violentemente ostile a qualsiasi cedimento agli interessi "politici". Da una parte la sfiducia nei partiti "istituzionali" della sinistra, che determinatasi a partire dal "voltafaccia" socialista nell'agitazione del 1905, aveva concorso a maturare la coscienza della distinzione del ruolo sindacale da quello politico nel senso delle forme e dei modi con cui perseguire anche comuni obiettivi di fondo. (2)
Dall'altra le vicende interne al processo di organizzazione con le resistenze incontrate sul cammino dell'unità - il più delle volte causate da differenti impostazioni o sfumature politiche - avevano determinato la consapevolezza di una grave responsabilità nei confronti della dispersione di forza e della perdita di concretezza rispetto alla massa lavoratrice - e quindi anche rispetto alla fiducia da parte di questa (3) - che gli atteggiamenti puramente ideologici, quando non la vera e propria faziosità, potevano provocare.
Molto più modestamente - e diremmo più ambiziosamente - la rivista si rivolge ai lavoratori a prescindere dalle singole e personali convinzioni, cercando di recuperarli o maturarli alla coscienza di classe tramite la concretezza di un discorso che si articola sulla base della loro identica condizione di lavoro: quella di sfruttati(4).
Il pericolo che all'interno dei rappresentanti sindacali le "tendenze" prendessero il sopravvento sul dibattito reale era visto chiaramente, tanto da essere il motivo del richiamo esplicito a soprassedere alla "deleterie polemiche" in ragione del grosso compito che la lotta contro "il più temibile dei Padroni, lo Stato" li chiamava a svolgere(5).
Di qui anche le violente accuse di dividere ed indebolire la forza operaia mosse ai fuoriusciti dal Sindacato nel III Congresso SFI dell'aprile 1909, che non si limitano a stigmatizzarne il comportamento personale, ma offrono il pretesto per ribadire il principio dell'estraneità alle scelte di partito (6) e per lanciare uno strale alquanto sarcastico all'indirizzo della CGdL(7).
L'adesione del SFI a quest'ultima, avvenuta per "conquistarla all'interno" (8) a posizioni non riformiste, non aveva trovato un consenso omogeneo fra i ferrovieri, soprattutto nella corrente anarchica che il Castrucci rappresentava. Ad inasprire il contrasto era intervenuto l'atteggiamento di condanna assunto dalla Confederazione durante lo sciopero dei ferrovieri del 1907, tanto che anche una minoranza del SFI partecipò alla costituzione, in opposizione alla CGdL, del Comitato Nazionale di Resistenza nel Novembre dello stesso anno.Il distacco di fatto viene sancito dallo stesso Congresso di Milano del 1909 nel quale viene approvato un ordine del giorno che, affidando il compito di "concretare e proporre i mezzi di resistenza di pronta attuazione" ai Convegni di Categoria riporta fra la base il momento propositivo e decisionale della lotta sindacale.
L'In Marcia! saluta i deliberati del Congresso come il "divorzio con la politica e con le tendenze" (9) e cessa momentaneamente di intervenire in modo diretto sul concetto di autonomia sindacale per dedicarsi maggiormente alle problematiche interne alla vita dell'organizzazione (10).
Ad avvalorare concretamente l'impostazione emersa dal Congresso del 1909 circa il decentramento in sede di categoria della elaborazione delle rivendicazioni e della linea sindacale interviene, nel 1911, il dibattito sul progetto di Legge Sacchi. Questo, disattendendo le aspirazioni della categoria, dava il via ad una agitazione spontanea che premeva nei confronti del Sindacato affinché intraprendesse e sostenesse una lotta ed, in caso contrario, ci si dichiarava disposti a "iniziare un movimento inteso a continuare per proprio conto la lotta fino al conseguimento di così giuste richieste. (11)
Era una tendenza allarmante che riproponeva il problema di come armonizzare l'impegno del Sindacato in una situazione in cui le categorie che questo rappresentava si trovavano di fronte a condizioni e progetti di restaurazione che si articolavano in maniera largamente disomogenea. La necessità di rispondere tempestivamente ad un attacco diretto alle specifiche condizioni di un dato raggruppamento faceva paventare la possibilità di uno scavalcamento dell'istanza unitaria per produrre una risposta altrettanto diretta.
L'In Marcia!, consapevole della serietà della situazione e della fondatezza del malcontento, come pure del ruolo determinante che essa poteva svolgere come raccordo fra le spinte della categoria e le esigenze più complessive del movimento sindacale, addita non la soluzione alle richieste che dalla base provengono, bensì la strada, il metodo sindacalmente corretto in cui poter essere svolte nell'ambito dell'organizzazione sindacale complessiva.
Questo non può che passare attraverso il confronto nelle istanze primarie di ogni singolo raggruppamento, i Convegni di Categoria, per giungere solo dopo alla mediazione del Congresso unitario. L'accento viene posto in particolare sulla rispondenza che solo un rapporto dialettico che parta dalla concreta valutazione delle specificità delle diverse categorie pu_ avere nella volontà della massa(12).
La consapevolezza del ruolo primario che andava assolvendo la rivista come momento di radicamento della coscienza sindacale, se da una parte era il presupposto dell'impegno che in essa riversavano i rappresentanti della Commissione di Categoria - tanto che in ogni convegno di questa la relazione sull'In Marcia! aveva un posto centrale - non di meno si presta
va al rischio di ingenerare una sovrapposizione di ruoli la cui semplificazione poteva essere vista nella eliminazione dell'elemento che limitata il compito della rivista. Si affacciava cioè la tendenza a ritenere o a chiedere all'In Marcia! di assumersi in prima persona il ruolo di organizzazione sindacale partendo dalla verifica della aderenza che questa dimostrava alle esigenze ed Ila realtà della categoria, per arrivare a ritenerla ,sufficiente nella lotta contro l'Azienda.
Ben altro è lo spirito che anima l'In Marcia! che non quello di proporsi come "organizzatrice" della categoria: la coscienza che la lotta contro l'azienda e lo Stato borghese, nella sua figura di imprenditore, non pu_ essere combattuta da un'unica, anche se agguerrita, categoria e la convinzione che il miglioramento di questa debba passare attraverso il progresso generale di tutto il movimento operaio sono la base della aperta confutazione delle argomentazioni di coloro che propongono la costituzione del "Sindacato Personale della Trazione (13)".
Non solo, ai dubbi anche dell'"ottimo compagno" che si chiede "dove finiscono le organizzazioni quando vi sono giornali di categoria, come l'In Marcia! che difende così bene gli interessi dei singoli?"(14), la risposta diventa categorica e "disciplinata" per rintuzzare sul nascere qualsiasi tentativo di stravolgimento dei rispettivi compiti: "L'In Marcia! è una parte vitale, una branca, un ramo dell'organizzazione unitaria, vive in quanto è a questa soggetta e disciplinata, ne integra il lavoro per l'organizzazione e la propaganda"(15).
Ad un rafforzamento e ad un'estensione della coscienza sindacale contribuisce indirettamente, l'istituzione della "Rappresentanza del Personale" prevista dall'art. 12 della Legge Sacchi". In altra parte abbiamo accennato quale fosse il giudizio della rivista sul nuovo istituto, ovvero come venisse reputato un tentativo di mettere le briglie ad un movimento che andava assumendo dimensioni pericolose. Ma è proprio a partire da questo giudizio - e per non lasciare il campo libero ai giochi dell'avversario - che sul giornale si apre un dibattito teso a sfatare le illusioni cogestive rafforzando nello stesso tempo la dimensione organizzativa assurta a baluardo e garanzia del non travisamento degli interessi del personale(16).
Sostanzialmente tanto le argomentazioni degli "entusiasti" della Rappresentanza, quanto quelle degli assolutamente contrari ad un impegno dell'Organizzazione nella vicenda elettorale, muovono da un identico principio, quello della collaborazione.
Per gli uni è "l'embrione di una grande conquista", per gli altri il cedimento della "vera lotta di classe" di fronte all'illusione di un effimero potere.
La ricchezza del dibattito in proposito testimonia anche la difficoltà di valutazione al fine della scelta che andava comunque fatta. Tale scelta - che sarà l'impegno nelle elezioni - assume una veste particolare in cui evidenti sono i segni del dibattito sostenuto.
Lo scontro fra "capitale e lavoro" non si pu_ certo esaurire nel compito istituzionale della Rappresentanza, ma è parimenti importante l'affermazione sindacale nella sua elezione per frustrare ogni tentativo di divisione implicito alla sua stessa costituzione e per garantire al movimento il controllo del suo operato(17).
È la prova di forza dell'Organizzazione verso la controparte che "ne determina di fatto il riconoscimento"(18).
Nello stesso periodo, agli inizi del 1913, riaffiora anche la tematica dell'autonomia sindacale.
Nel Novembre 1912 il Congresso di Modena del Comitato di Azione Diretta aveva sancito la nascita della Unione Sindacale Italiana in contrapposizione alla CGdL, ponendo il Sindacato Ferrovieri, che del Comitato faceva parte, di fronte al delicato problema della Centrale Sindacale cui aderire.
Alla vigilia del V Congresso SFI, L' In Marcia! dichiara apertamente la propria posizione coerentemente allo spirito non partigiano cui ha sempre inteso informarsi: di fronte alle divisioni degli "organismi economici nazionali" il sindacato deve mantenere la propria autonomia: mentre di tutt'altro avviso è per quanto riguarda l'adesione alle locali Camere di Lavoro quale segno della coscienza non corporativa dell'Organizzazione ferroviaria(19).
E questo pur non nascondendo la "simpatia" per il nuovo organismo e la sfiducia nella CGdL(20).
La posizione della rivista viene sostanzialmente fatta propria dal Congresso che vota un ordine del giorno in cui si riafferma l'autonomia del SFI.Vedremo però come la questione tenderà puntualmente a riemergere, anche se in condizioni profondamente modificate dalle vicende politiche e sociali e dalla crescita dell'organizzazione, assumendo il valore di una battaglia di principio non solo in difesa della "indipendenza" sindacale, ma anche contro i tentativi di scissione determinati dalle ripercussioni in campo sindacale delle divergenze politiche.
E in questo spirito che viene combattuta la scissione sindacale del 1914 che dette vita ad una Federazione Sindacale il cui unico presupposto organizzativo stava nella netta delimitazione degli interessi particolari delle singole categorie, ma il cui presupposto politico era quello di in intralciare, con rivendicazioni di portata diversa da quella esclusivamente salariale, l'opera della Direzione Generale e del Governo. È lo "specchietto per le allodole" accusato di svolgere "opera conforme agli interessi della Direzione Generale e del Governo nei riguardi dei ferrovieri tutti"(21).
Il giudizio così aspro nei confronti dei "secessionisti" è determinato dall'azione concreta che essi vanno svolgendo nei confronti della Direzione Generale, ma era già implicito nell'atto stesso della scissione quando, analizzandone le motivazioni, non le si riconosceva la fondatezza di alcuna delle argomentazioni portate a pretesto, neppure quella della divergenza di tattica e di idee proprio perché la concezione della vita e dell'organizzazione sindacale si fondava sul principio del rapporto dialettico delle idee e delle tendenze e non in una monolitica visione d'insieme contrassegnata da una passiva accettazione delle direttive del vertice(22).
La reale causa della scissione la si individua allora nella dichiarata avversione al concetto di classe dell'organizzazione sindacale(23). Ma al di là delle valutazioni della reale natura politica della scissione (24), il fatto di per se stesso aveva risvegliato una tendenza reale della categoria che, pur sulla base di un concetto di solidarietà con gli altri lavoratori, individuava nell'organizzazione per "mestiere" la formula più aderente alle esigenze ed alla realtà del movimento. L'In Marcia! non pu_ ignorarla, né tanto meno opporvisi drasticamente senza averle offerto il modo di svolgersi, chiarificarsi, per poterla più concretamente confutare, ma soprattutto maturare ad una diversa convinzione.
L'ostruzionismo implicito ad una posizione che avesse cercato di occultare il fenomeno avrebbe forse favorito l'allontanamento degli incerti e dei dubbiosi più facili prede di chi aveva buone ragioni di alimentare un processo di disgregazione del Sindacato.
Contemporaneamente quindi alla serrata polemica col gruppo di Fiorentini (con la temporanea pubblicazione della rubrica "I secessionisti alla sbarra"), l' In Marcia!, conscia che "fra il Personale di Macchina si avverta questo bisogno", ma ribadendo di aver "sempre creduto che il frazionamento indebolisca e non rafforzi un organismo", accetta "ben volentieri una proficua discussione" ritenendo "utile di mettere sin d'ora le colonne della nostra rivista a disposizione di coloro che vorranno intervenire nell'interessante dibattito"(25).
Il dibattito che effettivamente si apre a partire dal 1915 è importante per capire l'origine stessa della tendenza "autonomistica" fra il Personale di Macchina, ma anche perché contribuisce a chiarificare le determinazioni che avevano portato alla scelta unitaria pur col rifiuto di un "dogmatismo" nelle scelte organizzative. Queste risultano invece considerate secondo un metro che non è quello della sopravvivenza dell'organizzazione fine a se stessa; bensì della ricerca di una sempre maggior aderenza alla "massa" dei lavoratori e della forma più opportuna per il raggiungimento dell'obiettivo di classe: l'emancipazione dei lavoratori.Le motivazioni portate a conforto della preferenza per un sindacato "di categoria" derivano sostanzialmente dalla verifica di un allungamento dei tempi e di una complicazione dei modi che le esigenze e le necessità dello specifico raggruppamento scontano dovendo amalgamarsi alle richieste ed alle necessità degli altri ferrovieri. Ed ancora, dalla condizione economicamente "privilegiata" che il PdM avrebbe nei confronti degli altri, per cui subirebbe una sorta di ostilità da parte di questi ultimi, anche se poi sarebbero principalmente i macchinisti e fuochisti la forza trainante delle lotte di tutto il Sindacato(26). Queste posizioni scontano cioè le difficoltà della maturazione di un concetto della lotta e dell'organizzazione sindacale che travalichi il rivendicazionismo (anche se legittimo) per spostare lo scontro su di un terreno più complessivo: la formazione delle coscienze all'antagonismo di classe che, nel caso delle Ferrovie, è direttamente lotta contro lo "Stato-Padrone".
Il richiamo dell' In Marcia! alla nascita del Sindacato unitario, alla fusione dei sindacati autonomi di allora in un unico organismo in grado di gestire le "questioni generali, comuni a tutte le categorie", è la riaffermazione del comune obiettivo che lega indistintamente tutti i ferrovieri: "nel Sindacato vi è la base ideale che lega, che avvince gli sfruttati e i vilipesi del comune padrone - lo Stato"(27).
Con tutto ciò, con la riaffermazione del principio ideale che guida l'attività del Sindacato unitario, non si sottacciono per_ quelli che possono essere i problemi reali che la struttura unitaria pu_ sortire nei confronti dello sviluppo e della elaborazione delle "questioni di categoria". Ma, a chi propone la soluzione nella struttura dei Sindacati Federati, si ribatte che già le Commissioni di Categoria funzionano in pratica come organismi decisionali di settore (28) che però solo nella forza complessiva del Sindacato trovano a loro volta forza e legittimità.
Su questo aspetto particolare della struttura del sindacato la posizione è però molto elastica. Non se ne sostiene la intangibilità, anzi si ricercano, nelle soluzioni proposte, quelle che maggiormente possono garantire il pieno sviluppo della potenzialità delle categorie, anche tramite una maggior autonomia nei confronti del Comitato Centrale Esecutivo. L'unica condizione che legittimerebbe, sotto questo rispetto, la presa in considerazione di una grave scelta autonoma potrebbe essere solo la "dimostrazione che il Sindacato inceppa, ostacola eventuali movimenti di categoria"(29).
Dell'altra "autonomia", dell'indipendenza sindacale dai partiti politici e dalle "organizzazioni economiche nazionali", si torna a discutere nel 1917, alla vigilia dell'VIII Congresso SFI nel quale il problema è posto all'ordine del giorno.
Notevoli erano diventate le pressioni da parte socialista a che il SFI rompesse con la "vergognosa autonomia" ed aderisse alla CGdL "perché questa assecondi ed aiuti il Partito in tutte le sue lotte politiche, nessuna esclusa"(30).
L'invito non poteva essere più opportuno per rinfocolare l'avversione dell'In Marcia! a qualsiasi forma di codismo alle organizzazioni politiche.
Se si dichiara di non
essere disposti a subire "una sopraffazione politica da qualunque parte
eventualmente tentata"(31), più articolato invece è il discorso circa l'adesione
alla CGdL o, in alternativa alla USL. Se la prima è oggetto delle accuse di
riformismo, tradimento e collaborazionismo che precludono qualsiasi tipo di
rapporto, con la seconda ci si dichiara, ora, disposti a collaborare per le
"eventuali iniziative di carattere generale proletario"(32) pur non
dandole la propria adesione ufficiale.
Quella che era la "simpatia" per l'Unione Sindacale si è andata meglio
definendo come "affinità" con le
direttive del Sindacato, ma, nonostante ciò, si è consci che una esplicita presa
di posizione avrebbe una ripercussione negativa sul fragile equilibrio unitario
del Sindacato. Si prospetta, con questo giudizio, l'ipotesi di una "autonomia
condizionata", dove il termine condizionata ha il duplice significato di
presupposto - nel senso che "sia stato svolto un serio lavoro per unificare
le forze proletarie" - e di parzialità - ovvero la collaborazione per quella
"stretta necessità di una comunione d'intenti per fronteggiare ogni e qualsiasi
eventualità che si potrebbe presentare in quest'ora tragica dove si succedono,
incalzano avvenimenti profondi e sociali"(33).
Coerentemente alla posizione espressa circa il lavoro da fare per raggiungere l'unità fra i due maggiori organismi sindacali italiani e nel contesto della ripresa dell'iniziativa sindacale al termine della guerra con la proposizione generalizzata delle otto ore di lavoro, l'In Marcia! opera concretamente, nella dimensione che le è propria del dibattito e della proposizione, a far sì che si determinino le condizioni per il riavvicinamento.
La proposta delle otto ore è vista anche come piattaforma per costituire l'unità sindacale (34) ed al Sindacato Ferrovieri, nella figura del Comitato Centrale, si chiede di fare promotore, quale "potenza neutra", di un Convegno fra i due organismi "con lo scopo di esaminare, di fare un sereno scambio d'idee sulla necessità di addivenire alla desiderata unità sindacale" (35).
La "vergognosa autonomia" è diventata dunque motivo di disagio nel momento in cui le mutate condizioni storiche richiedono un diverso impegno del movimento sindacale (36), mentre un ugual disagio non si avverte per l'autonomia, ribadita, dai partiti politici.
Fallito il tentativo di riunificazione, l'impegno non può che tornare ad essere quello della "autonomia condizionata" (37), anche se molta più rilevanza assume ora, nel 1919, la dichiarazione di collaborazione per i problemi generali del movimento operaio (38).
Ad inasprire invece la discussione circa la scissione del Personale di Macchina dal Sindacato interviene la mancata partecipazione alla "Manifestazione Internazionale di Solidarietà per le Repubbliche Comuniste dei Soviet" programmata per il 20-21 Luglio 1919.
La decisione di non partecipare allo sciopero viene presa dal Comitato Centrale - dichiarato poi dimissionario - e ingenera confusione e disorientamento fra i ferrovieri.
La "vecchia guardia", di cui Castrucci sente di fare parte, giudica la decisione un atto vergognoso, "una macchia che ha brattato oggi il nostro Sindacato, che lo investe di luce sinistra, che lo spinge alla sfiducia ed alla disistima del proletariato italiano"(39).
Lo stesso Castrucci rassegna le proprie dimissioni dalla carica direttiva che rivestiva da ormai quasi 15 anni in segno dell'amara delusione provata, scindendo però la sfiducia determinatasi per il vertice dalla convinzione e dall'impegno nel Sindacato (40).
Non nello stesso modo reagiva gran parte del Personale di Macchina che nell'atteggiamento del vertice sindacale, trovava una conferma, in negativo, alla tendenza a darsi una struttura organizzativa autonoma (41). L'In Marcia! pubblica, "per debito di correttezza", l'appello a favore della costituzione del Sindacato autonomo Macchinisti e Fuochisti e, pur non concordando sulla proposta di scissione, ne sposa l'intento di "revisione" della struttura sindacale (42).
È l'analisi dello scontro che la classe operaia ha impegnato con i "rappresentanti del capitalismo", e dell'atteggiamento reazionario di padronato e potere politico, a dettare il monito a non fare, con la scissione, il gioco dell'avversario di classe (43), ma, come già in precedenza, non si chiude la bocca a coloro che sostengono il "facciamo da noi", convinti che non sull'ostracismo, bensì sul franco dibattito di idee si fondi la maturità e la forza dell'organizzazione (44). La crisi senza precedenti che scuote l'intera società italiana nel dopoguerra apre una nuova situazione: le masse popolari avanzano rivendicazioni radicali e, nell'ambito dell'industria, si sviluppa una forte pressione per limitare il potere padronale attraverso il mutamento dei Comitati di Fabbrica in organismi rappresentativi di tutti gli operai. Soprattutto a Torino la nuova organizzazione operaia sorta con la costituzione dei Consigli di Fabbrica viene vista come la premessa della instaurazione di un "ordine nuovo".
L'In Marcia! fa propria la posizione del gruppo torinese dell'Ordine Nuovo e, con un articolo del Novembre 1919, alza il tiro rispetto al dibattito che rischiava di sclerotizzarsi nel contrasto fra la posizione autonomista e quella unitaria in un'ottica tutta interna al mondo ferroviario. I "Consigli" vengono salutati come il "preludio" ai Soviet, ma anche come "metodo" che rivoluziona la coscienza e l'organizzazione sindacale(45).
Alla vigilia dello sciopero di Gennaio, Castrucci ripropone - anche se a proposito della questione particolare del passaggio a Capo Deposito - l'obiettivo delle "Ferrovie gestite dai ferrovieri", indicandone concretamente la possibilità di realizzazione nell'esperienza dei Consigli di Fabbrica che "s'incamminano decisamente per la preparazione e sviluppo tecnico e professionale delle maestranze per assumere poi la gestione diretta della fabbrica e dell'officina"(46).
È l'obiettivo "politico" del "trapasso dell'Azienda Statale a quella Soviettistica", ma, non a caso, sullo stesso numero di In Marcia!, a sancire la volontà di chiusura del dibattito che "non ha più ragione di essere" fra fautori dei "Sindacatini" e gli unitari, si riporta una corrispondenza del gruppo torinese dell'Ordine Nuovo dal titolo "I Consigli di Fabbrica in Italia". È l'indicazione esplicita del nuovo corso che deve prendere il dibattito sull'organizzazione sindacale; la ricerca cioè di una soluzione calata nella nuova dimensione che ha assunto il movimento operaio in Italia: non "resistenza passiva alle forze padronali", ma espressione completa della "volontà delle masse" per realizzare il "concetto economico comunista"(47).
Dopo lo sciopero vittorioso del Gennaio 1920, questa indicazione è presto raccolta: è tramite le Commissioni Locali, l'equivalenti in Ferrovia dei Consigli di Fabbrica, che si interviene principalmente sul potere e sulla produzione tramite una funzione decisionale e di controllo, ma anche si modifica radicalmente la struttura stessa del Sindacato.
Nell'articolo "Le Commissioni Locali e la riforma organica dell'Organizzazione" pubblicato nel numero di Febbraio - Marzo 1920, Cesare Massini analizza sotto questo riguardo il significato dei nuovi organismi ed individuandoli come "cellule base" della nuova struttura sindacale non vi attribuisce una natura - e quindi delle competenze - diversa da questa.
Le Commissioni sono l'espressione "Democratica" dell'attività sindacale nei luoghi di lavoro che nelle modalità di elezione, nella rappresentanza delle diverse attribuzioni produttive, nel principio della revoca trova la garanzia di "saldezza" organizzativa e di "partecipazione della massa alla sua emancipazione" (48).
L'In Marcia! diventa dunque il veicolo con cui l'esperienza degli operai dell'industria entra nel dibattito e nelle proposte organizzative dei ferrovieri. Vi entra con la particolare caratteristica di offrire anche una soluzione "teorica" al conflitto che da anni dilaniava l'organizzazione sindacale ed, ancora nel Giugno 1920, si riteneva di poter imprimere "concretamente" quella svolta radicale inaugurata dall'istituzione delle Commissioni Locali.
La rivista pubblica, in questo periodo, l'ormai famosa esposizione, fatta da Olivetti alla Federazione degli Industriali, sui Consigli di Fabbrica dichiarandola estremamente comprensiva della "funzione di questi nuovi organismi, forse meglio di molti organizzati e magari anche di qualche organizzatore" (49) non ché la mozione Tasca presentata al Congresso della Camera del Lavoro di Torino in cui, fra l'altro, si afferma che "il Consiglio è la cellula di un tutto: il Sindacato; i compiti del primo sono diversi da quelli dell'altro soltanto per la divisione territoriale dell'unica attività: la lotta di classe. Tale divisione non va a detrimento dell'unità; le dà anzi un valore effettivo perché la fa poggiare su tutta la classe operaia organicamente inquadrata". Informando a ci_ la propria posizione, l'In Marcia! dichiara che è ormai tempo "che le nostre commissioni locali, saltando a piè pari le mansioni e le attribuzioni delle ormai sorpassate commissioni interne debbano assolutamente addestrarsi ed informarsi ai concetti, alle mansioni e finalità dei Consigli di Fabbrica"(50).
Sul finire del 1920 comincia per_ ad esaurirsi la grande fiammata dei mesi precedenti contemporaneamente all'attacco che dal fronte aziendale e governativo viene mosso alle conquiste dello sciopero. In particolare si comincia a ridimensionare la conquista delle Otto ore (con il Decreto Ministeriale del 23 Febbraio 1921) e le Commissioni Locali si trovano ad essere esautorate ancor prima che il loro insediamento si fosse reso possibile su tutta la rete.
Al naufragio dell'illusione rivoluzionaria corrisponde anche il naufragio della spinta di massa e democratica alla modifica radicale delle strutture organizzative. Le organizzazioni sindacali ed i partiti della sinistra si sono dimostrati incapaci di sostenere questa battaglia lasciando il movimento operaio "senza alcun piano strategico, alcuna sapienza tattica, alcuna reale capacità politica"(51).
Di fronte alla reazione, ed ancor più allo scatenarsi della violenza fascista, diventa difficile pensare ancora alla "conquista del potere" e di conseguenza a formulare su questo obiettivo l'ipotesi della struttura organizzativa.
Col 1921 si torna a "difendere" il Sindacato nella sua idea di opposizione alla reazione, alla limitazione della libertà ed all'insorgere del fascismo. Si torna a difenderne, soprattutto dopo la scissione di Livorno ed il timore che questa trovasse una ripercussione in campo sindacale (52), l'autonomia da partiti e Confederazione, formulando per_ più concretamente quello che, poco tempo prima, era oggetto solo di una dichiarata disponibilità.
Alla vigilia del X Congresso si propugna la costituzione della "Federazione dei Trasporti e delle Comunicazioni", avvertendo come la sua intenzione non sia il "diversivo" alla adesione alla Confederazione, bensì "convinzione radicata in noi delle necessità ed utilità di dare vita in Italia ad un robusto organismo il quale non avrà certo la funzione e missione di chiudersi nel guscio delle categorie che riunisce ed affratella, ma pu_ e deve avere rapporti di solidarietà operaia" (53).
È in realtà, scartata l'ipotesi di affiliamento alla Confederazione, la necessità di costituire alleanze che non lascino isolato, nel momento della sopraffazione reazionaria, il movimento dei lavoratori.
Nel clima di crescente intimidazione il dilemma che, secondo l'In Marcia! si prospetta al proletariato Italiano è "o spezzare il cerchio di ferro di sopraffazione e di violenze... e riconquistare quindi la sua libertà civica, sindacale, di associazione e di pensiero - o ridursi ad un tenore di vita di rinunzia, di viltà e di servaggio(54)".
A questo dilemma non sanno dare una risposta ferma e precisa né il Partito Socialista né la CGdL il cui "atteso responso", scrive l'In Marcia!, "ci ha risospinti invece verso il più desolante disorientamento" (55).
In questo contesto l'iniziativa presa dal SFI di realizzare il fronte comune delle forze del lavoro costituendo la "Alleanza del lavoro" trova l'appoggio incondizionato e fiducioso della rivista (56), anche se l'appello all'unità non ha praticamente alcun seguito dopo la massiccia ondata di licenziamenti dell'Agosto 1922.
Con questa inizia anche il rapido processo di "sgretolamento" dell'organizzazione sindacale che l'In Marcia! tenterà invano di arginare richiamandosi alla "tradizione ed alla coscienza classista" del Personale di Macchina (57).
Gli effetti della crisi sindacale sono talmente vistosi che portano per un momento a far vacillare uno dei capisaldi che aveva sorretto e guidato l'intervento del
L' In Marcia! fin dalla sua nascita. Alla distanza di un solo mese dal giudizio di "follia" dato sul movimento per l'autonomia del Personale di Macchina dal Sindacato unitario, è lo stesso Castrucci a porsi il dubbio se, in presenza di un Sindacato svuotato della sua funzione e sottoposto ad un esodo massiccio, non sia più opportuna una riqualificazione nella struttura di categoria(58).
È il solo momento, anche se significativo, di sbandamento, ben presto ritrattato apertamente e recuperato ad un impegno di rafforzamento della opposizione alla reazione che solo sull'unità pu_ trovare fondamento(59).
Basta per_ a dare il via ad un nuovo dibattito - definito "a scartamento ridotto" in segno dei tempi diversi - sull`unità o l'autonomia del Personale di Macchina".
Al di là delle scelte proposte, quello che emerge dagli interventi in proposito di questo periodo è la coscienza della crisi e le soluzioni che si propongono sono nella stessa misura mosse dall'intento di reagire ad una situazione di prostrazione della volontà e della partecipazione alle scelte collettive.
L'ultimo atto dell'impegno diretto della rivista nella determinazione dell'orientamento della discussione e delle scelte rispetto all'organizzazione ed alla funzione sindacale è sancito dalla adesione del SFI alla Confederazione del Lavoro avvenuta durante il Convegno di Roma del 21-22 Ottobre 1923. Dandone notizia, Castrucci ne commenta il significato come "l'atto di morte del Sindacato Ferrovieri" (60), ma, in armonia col proposito sempre sostenuto di offrire la possibilità di espressione al personale, si apre anche all'intervento, favorevole o contrario che fosse, "con l'intesa non della ribellione al detto deliberato, ma per arrivare, attraverso la serena esposizione di idee, ai deliberati presi dai corpi idonei, alla revisione del deliberato di Roma", ponendosi come fine non trascurabile il fatto di "suscitare novello interessamento verso l'Organizzazione"(61).
L'ampiezza dei pronunciamenti contrari al "Concordato di Roma" apparsi sulla rivista fa intervenire direttamente il Comitato Centrale del Sindacato, in polemica con Castrucci, che sulla Tribuna dei Ferrovieri, sotto il titolo "Contro i dannosi pronunciamenti", non gli riconosce l'autorità di chiamare a raccolta i ferrovieri per revisionare il voto di Roma.
Alla polemica personale Castrucci risponde difendendo non solo la propria libertà di pensiero e di parola, ma soprattutto il diritto a non concepire la disciplina sindacale come "castrazione" della libertà di critica e di iniziativa dei singoli(62).
Il dissidio sarà ricomposto di lì a poco e già sul numero di Marzo 1924, in un comunicato "a chiusura di polemica", viene "riaffermata la reciproca stima e la intenzione che anche attraverso le polemiche, sia pure vivaci, non si aveva altro intento che quello di giovare all'organizzazione "(63).
Il massimo organo direttivo del Sindacato accetta cioè non la posizione di Castrucci, ma che all'interno dell'organizzazione possano avere una propria legittimità il dissenso e la critica. È implicitamente anche il riconoscimento del ruolo insostituibile che in tutti questi anni ha esercitato 1'In Marcia!, proprio grazie alla franchezza ed apertura con cui ha sempre condotto le proprie battaglie anche contro le posizioni espresse dai vertici, nell'elevare il dibattito e la comprensione delle masse sui problemi della vita e degli obiettivi sindacali.
Con lo scioglimento del Sindacato Ferrovieri, il licenziamento di quasi tutto il quadro attivo di questo, Castrucci compreso, alla rivista non rimane che il compito di organizzare la resistenza(64).