Marzo 2007
Disastro di Crevalcore: i RLS si oppongono all'archiviazione.
(DIRE) Bologna, 2 apr. - "Non possiamo tollerare che i vertici delle Ferrovie
e del Ministero escano dall'inchiesta senza che il loro comportamento, improntato
a ciniche e fredde ragioni economiche, sia almeno sottoposto al vaglio processuale".
E' con queste motivazioni che i Rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza
(Rls) oggi hanno presentato al Tribunale di Bologna opposizione alla richiesta
di archiviazione per Mauro Moretti, Michele Elia e Giancarlo Paganelli, avanzata
dalla Procura di Bologna al termine dell'inchiesta sul disastro ferroviario
di Crevalcore, in provincia di Bologna, che il 7 gennaio 2005 costo' la vita
a 17 persone. Come si legge nella nota degli Rls che hanno chiesto al Giudice
di avviare nuove indagini perche' ritengono "paradossale" che i vertici
non siano chiamati in causa. "Temiamo che tutto possa finire con una sorta
di immunita' ferroviaria- scrivono gli Rls- per i dirigenti che hanno ridotto
la sicurezza". Sono stati loro i responsabili, secondo gli Rls, dell'"eliminazione
di alcuni fattori di sicurezza che da 150 anni sono posti a tutela dei viaggiatori
come ad esempio il doppio macchinista e gli incroci prudenti". Secondo
gli Rls, le responsabilita' di ciascuno dei tre dirigenti devono essere vagliate
"in modo rigoroso". In particolare, secondo i delegati alla sicurezza,
i dirigenti e i funzionari di Trenitalia sono responsabili di "aver ridotto
l'equipaggio di guida su un linea ad alto rischio nebbia, priva di qualsiasi
ausilio alla marcia", mentre per i vertici ministeriali, come "titolari
istituzionali della vigilanza sulla sicurezza ferroviaria" sono colpevoli
di aver "consentito le modifiche ai regolamenti di circolazione pur nella
consapevolezza dell'aumento dei rischi che si sono tragicamente materializzati
con il disastro".
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dell'opposizione dei RLS.
I macchinisti e "ancora IN MARCIA!" rispondono al Ministro
per l'Economia
Al Ministro per l’Economia
Tommaso PADOA SCHIOPPA
Tel. 06.4761.3565 – fax 06.4743.449
Onorevole Ministro, Quale portavoce della storica rivista dei macchinisti, “ancora
IN MARCIA”, Le rendo noto che le Sue parole sono risultate offensive e denigratorie
per tutti i ferrovieri che si dedicano con abnegazione e spirito di servizio
al loro lavoro. Con queste poche righe vogliamo esprimerLe la nostra più
ferma protesta per le Sue dichiarazioni in merito alla stato delle ferrovie
italiane, alle responsabilità che Lei avrebbe individuato nelle “risorse
umane” perché scarsamente flessibili, alla necessità di tagliare
anche i “rami verdi” del servizio e all’introduzione del macchinista solo. Proprio
la particolarità del nostro lavoro che si svolge, da sempre, a ciclo
continuo sull’intero arco delle 24 ore rende incomprensibili le Sue parole:
decine di migliaia di ferrovieri di tutte le qualifiche e le loro famiglie soffrono
con dignità il disagio dei turni rotativi e di quelli aciclici, tipologie
organizzative ultraflessibili che non rispettano né i ritmi biologici
dei lavoratori né i loro bisogni sociali, per garantire il funzionamento
continuo del sistema. Riguardo al futuro delle FS, riteniamo che nel Suo ruolo
di Azionista per conto dello Stato, Ella abbia il dovere di potenziare, ammodernare
e sviluppare, con razionalità e sicurezza il servizio ferroviario come
risorsa strategica per il riequilibrio sociale, economico ed ambientale, anziché
smantellarlo e ridurlo a semplice merce da vendere e comprare con le regole
del mercato e del profitto. Il mandato ricevuto dal Governo in cui siede è
quello di salvaguardare le ferrovie come bene sociale rilevante ai fini della
libertà delle persone e moltiplicatore della ricchezza del Paese non
quello di depauperare un patrimonio collettivo ereditato dai nostri padri. Sul
macchinista solo siamo certi che i Suoi collaboratori non l’hanno informata
correttamente riguardo le ricadute sulla sicurezza che i paesi europei hanno
sofferto dalla riduzione dell’equipaggio di guida e su quello che potrebbe accadere
anche in Italia. Non possiamo immaginare un governo di centro sinistra, che
ricalca il tentativo fascista di lasciare un solo macchinista a guidare treni
con centinaia di persone a bordo. Su questo argomento, come i Suoi predecessori
nel passato, troverà la motivata, caparbia e determinata resistenza di
tutti i macchinisti italiani. I ferrovieri continueranno a battersi per la salvaguardia
del loro lavoro, a differenza dei personaggi che “transitano” nelle FS per avvalersi
solo di ingenti vantaggi economici, perché siamo legati al nostro lavoro
dalla consapevolezza del ruolo sociale del trasporto ferroviario.
Per la redazione
Dante De Angelis
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da stampare in formato A3 ed affiggere nei luoghi di lavoro
Il treno di Padoa Schioppa: biglietti più cari e meno lavoratori
Il ministro dell'Economia appoggia il piano delle Ferrovie: alzare le tariffe
e ridurre i posti di lavoro. Contrari i sindacati. Epifani: «Serve un
piano industriale serio» Si potrebbe prendere per buono quello che ieri
ha dichiarato Tommaso Padoa Schioppa, che cioè i treni in molti paesi
d'Europa sono molto più cari che qui, nel Belpaese. Aggiungendo anche,
però, cosa che il ministro dell'Economia omette, che sulla qualità
del servizio c'è almeno la stessa abissale distanza. Quel che si prepara
invece in casa Fs è una ricetta ormai nota: l'ennesimo ritocco alle tariffe
e una consistente sforbiciata dell'occupazione.
Il «piano strategico», che dovrebbe riportare sul «giusto
binario» un'azienda disastrata e sulla quale pesano due miliardi di euro
di debito, ufficialmente non è ancora stato presentato. I contenuti però
erano stati anticipati a febbraio dallo stesso Mauro Moretti, amministratore
delegato delle Ferrovie. E ieri hanno ricevuto il plauso del ministro dell'Economia.
«C'è un livello di tariffe del tutto fuori linea rispetto agli
altri paesi - ha esordito Tommaso Padoa Schioppa - Il recente aumento ha soltanto
recuperato un ritardo molto deplorevole, dovuto a un blocco per molti anni delle
tariffe». Dal primo gennaio il prezzo dei biglietti (fatta eccezione per
regionali e interregionali) è aumentato del 10% e, probabilmente dal
prossimo ottobre, crescerà di una percentuale equivalente. Frena un pochino
il ministro dei Trasporti, Alessandro Bianchi, ma solo per dire che «gli
aumenti vanno intesi in maniera differenziata, salvaguardando le fasce di pendolari
e utenti giornalieri».
Ma anche sul fronte occupazionale si prepara una vera stangata. Padoa Schioppa
parla, in politichese, di probabili «scelte impopolari» e possibili
«dismissioni di rami della rete non più redditizi nè essenziali
per assicurare il trasporto». A inizio febbraio, Moretti aveva parlato
di almeno 10 mila esuberi, in un'azienda che in quindici anni è passata
da 220 mila a 95 mila occupati. E ancora - conclude il ministro - «se
in tutto il mondo i treni possono viaggiare con un macchinista unico, non si
capisce perchè in Italia ne servano due». Insomma, la pianta sarebbe
sana, soltanto da potare.
«Il ministro non conosce affatto la realtà ferroviaria italiana
e il numero dei morti sulle ferrovie - dichiarano in una nota i delegati per
la sicurezza dei ferrovieri - Solo per questo può sostenere con tale
leggerezza il macchinista unico». Spiega Roberto De Paolis, macchinista
del «Coordinamento 12 gennaio» (nato all'indomani dell'incidente
di Crevalcore): «I treni italiani sono più sicuri di quelli europei
proprio per il fatto che ci sono due macchinisti». «L'arretratezza
tecnologica dei locomotori non sarebbe in grado di consentire, oggi, l'arresto
del treno in caso di malore o distrazione del macchinista», aggiunge.
Dure le reazioni del sindacato. «Traspare dalle dichiarazioni del ministro
- dice Giovanni Luciano, della Fit Cisl - un disimpegno di fatto del governo
rispetto al rilancio del trasporto ferroviario». «E' forse venuto
il momento che le scelte di politica industriale siano sottratte al ministero
dell'Economia», rincara Fabrizio Solari, segretario della Filt Cgil. Infine,
Guglielmo Epifani, segretario generale della Cgil: «Per risolvere i problemi
delle Ferrovie non servono tagli al personale, ma un piano di sviluppo serio».
Dice infine Padoa Schioppa che la società registra «buoni dati
del traffico» e «un buon livello di sicurezza». Ammette (bontà
sua), che in effetti esiste il problema di un materiale rotabile «vecchio
e obsolescente». E sulla puntualità dei treni? «I dati sono
buoni». Beato lui, verrebbe da dire. Che il treno, evidentemente, non
è costretto a prenderlo.
Sara Farolfi (il manifesto, 30 marzo 2007)
«Non archiviate quella strage»
Non hanno intenzione di mollare la presa soprattutto dopo che per la prima volta
un'inchiesta ha scritto nero su bianco che le ferrovie italiane non sono al
passo con i tempi sua sicurezza. I ferrovieri dell'Orsa hanno fatto opposizione
alla richiesta di archiviazione della procura di Bologna per i vertici di Rete
Ferroviaria Italiana nell'inchiesta sul disastro di Crevalcore. Prima di loro
a opporsi è stata la famiglia di Vincenzo De Biase uno dei macchinisti
morti nello scontro tra i due treni alla piccola stazione di Bolognina il 7
gennaio 2005. Anche il Coordinamento 12 gennaio sta preparando la sua documentazione
per chiedere che le posizioni di Mauro Moretti all'epoca amministratore delegato
di Rfi (e ora attuale Ad del gruppo Ferrovie dello Stato) e dei dite dirigenti
Michele Elia e Giancarlo Paganelli vengano almeno esaminate dal gup. Altre opposizioni
potrebbero arrivare dalle famiglie delle 17 persone morte nello scontro frontale.
Su dieci indagati sono rimasti in sette e sono tutti dirigenti locali di Rfi
per cui i pm si preparano a chiedere il rinvio a giudizio. Questa decisione,
arrivata a due anni dall'incidente, aveva già suscitato le perplessità
dei ferrovieri che pure hanno riconosciuto a questa inchiesta il grande merito
di non essersi accontentata dell'errore umano (che pure nel caso di Crevalcore
c'è stato visto che il macchinista del treno passeggeri ha «bucato»
il semaforo giallo e quello rosso) mettendo sotto la lente attraverso cinque
consulenze il sistema ferroviario italiano e in particolare l'assenza di sistemi
di sicurezza tecnologici su quel tratto della linea Bologna-Verona. La preoccupazione
del fronte sindacale è che possa andare a processo chi ha la possibilità
di difendersi dicendo che le scelte sono state fatte dai superiori. Moretti
è stato interrogato dai pm e ha raccontato di aver riprogrammato la messa
in sicurezza prevedendo di installare il sistema Scmt (controllo della marcia
del treno) sull'intera rete ferroviaria. Interventi previsti dalla legge Obiettivo
che il Cipe deliberò due settimane prima del disastro. Una delle consulenze
della procura firmata da Marco Ponti del Politecnico di Milano rivela che quella
linea non è stata giudicata prioritaria e che la messa in sicurezza sia
stata adeguata al traffico e al tasso di incidenti («solo» due i
rossi bucati nel 2000 e nel 2001, non furono necessari per anticipare l'installazione
dell'Scmt realizzata in meno di un anno dopo il disastro). Il cuore del ragionamento
della memoria del sindacato Orsa preparata dall'avv. Desi Bruno riconduce invece
a scelte aziendali di risparmio operate nell'era Moretti. La disposizione 35
con cui Rfi nel 2002 ha istituito l'agente unico, ovvero il macchinista affiancato
dal capotreno e ha introdotto il Vacma, il pedale che chi guida il treno deve
premere per dimostrare che è vigile. Una scelta che viene fatta per tutta
la rete nazionale senza tener conto dei tratti, come quello dove è accaduto
l'incidente sulla Bologna-Verona, dove non solo non c'era ancora il sistema
Scmt ma il binario era unico e la nebbia fitta come quella della mattina dell'incidente
era un fenomeno normale.
(Giusi Marcante - il manifesto, Bologna)
I ferrovieri per salvare le ferrovie: stop alle privatizzazioni.
L'Assemblea nazionale discute del prossimo sciopero: in ballo sicurezza per
tutti, contratto, diritti.
13 marzo 2006 - Un'assemblea di lavoratori che dà lezioni di economia
politica. Sono ferrovieri, gente che - come spiega il prof. Vezio Ruggeri -
«ha una professionalità altissima e altrettanta consapevolezza».
A un anno dalla sua costituzione, l'Assemblea nazionale - che riunisce delegati
rsu e rls iscritti a quasi tutte le sigle sindacali presenti in Fs - è
un caso ormai rilevante di «democrazia sostanziale». Indice scioperi
che riescono perfettamente, fa riassumere cinque macchinisti licenziati in due
anni, convince il parlamento a pressare un'azienda ancora formalmente di proprietà
statale, ma di mentalità privatistica.
Non è in discussione la partecipazione al prossimo sciopero dichiarato
da sei organizzazioni (Cgil, Cisl, Uil, Orsa, Fast, Ugl); semmai c'è
la pretesa che «non sia uno sterile rituale distante anni luce dai concreti
bisogni e dalle idee dei ferrovieri che esse continuano a rappresentare».
Legge la relazione introduttiva un delegato iscritto alla Filt-Cgil, lo stesso
sindacato da cui proviene - era segretario nazionale - l'attuale amministratore
delegato del gruppo Fs, Mauro Moretti. Già questo dà il senso
della confusione di ruoli che si è creata in questa azienda.
Il tema in discussione sono perciò le «liberalizzazioni»
e le «privatizzazioni» dei servizi pubblici. Illustra la situazione
Cinzia Arruzza, curatrice della ricerca (Fp Cgil) pubblicata come «15
anni dopo: pubblico è meglio». La domanda di partenza è
semplice: davvero le «privatizzazioni» ci regalano - come promesso
dagli editorialisti mainstream - servizi migliori? Stabilito che l'Italia, nel
primo governo di centrosinistra ('96-2001) ha stabilito «il record europeo
nelle privatizzazioni», la risposta fornita dalla verifica empirica è
più che deludente. Intanto: i soldi incassati con la vendita - 82,5 miliardi
di euro - sono finiti nel fondo per la riduzione del debito pubblico (lavoratori
e utenti, quelli che hanno messo i soldi per la costituzione di quelle imprese,
non hanno avuto nulla indietro).
Nessun reinvestimento. In pratica, un processo di distruzione economica e industriale
senza precedenti, aggravato poi dal quinquennio berlusconiano (le «cartolarizzazioni»
gridano vendetta), basato unicamente su una fede incrollabile - e profondamente
«ideologica» - nelle virtù salvifiche dell'impresa e del
mercato. Si potrebbe infierire sulla gestione di Telecom nell'era Colaninno-Tronchetti
Provera, ma si perderebbe tempo. Urge infatti una battaglia tutta attuale sui
servizi pubblici, per cui attualmente esistono tre sole possibilità:
l'affidamento tramite concorso, l'affidamento a società mista (privatizzata
al 40% almeno) oppure «in house» (a società con capitale
pubblico, ma di diritto privato; con obbligo di perseguire «il profitto»,
insomma). Ed ecco l'implacabile ministra Lanzillotta, con il suo decreto che
mira a cancellare - guarda un po' - proprio quest'ultima possibilità
vagamente «pubblica». Eppure tutte - tutte-le privatizzazioni hanno
prodotto: processi decisionali e gestionali assolutamente non trasparenti (impossibile
avere informazioni dirette), esternalizzazioni nel 70% dei casi, calo dell'occupazione
e della qualità dei servizi, aumento del precariato, minore sicurezza.
Al punto da far chiedere: a chi servono queste liberalizzazioni? Certo non ai
«clienti», come continuano a dire i propagandisti.
Perché non accada, ancora di più, in ferrovia, questi lavoratori
portano la loro esperienza diretta - la moltiplicazione degli incidenti e la
manutenzione subappaltata - a sostegno di quanti si battono per la difesa dei
«beni comuni». Che non si riducono alla sola acqua.
(Francesco Piccioni - il manifesto, 14 marzo 2007)
Assemblea Ancora In Marcia - Padova, 6 marzo 2007
Affollata assemblea a Padova fra macchinisti dell’area nord-est con voglia
di esprimersi fra i molti, di raccontare il proprio vissuto e di proporre idee
e spunti per il seguito delle iniziative del giornale (e non solo).
La peculiarità di questo incontro è stata la nutrita presenza
di molti giovani, prevalentemente appartenenti alla cargo, con necessità
e bisogni propri del lavoro in quella zona (recenti incidenti, gallerie, trasporti
merci pericolose, turni, e altro ancora).
La serie di interventi possono essere ascritti alle problematiche sulla dignità
sul posto di lavoro e alla richiesta di diritti consolidati che oggi vediamo
sistematicamente attaccati ogni volta, oltre alle tematiche proprie della sicurezza.
Le proposte: attività di denuncia e di dibattito sui temi che maggiormente
ci preoccupano fra quelli che trapelano dalle trattative sul contratto (liberalizzazioni,
esuberi, agente solo); massima risonanza all’Assemblea Nazionale dei Ferrovieri
che si terrà a Roma il 13 marzo dove porteremo le istanze mosse dalle
assemblee di Padova e prima ancora di Bologna e di Firenze; proposta per la
stesura di un Libro Bianco sulla Sicurezza da presentare alle istituzioni e
ai media per portare l’attenzione sui temi di maggiore interesse per noi
e per chi viaggia ogni giorno sui treni (incidenti recenti, revisione dei moduli
di condotta, tagli e altro); apertura di una campagna di sensibilizzazione sui
problemi legati al lavoro dei giovani in ferrovia (lavoratori atipici, apprendisti,
part-time) con uno sguardo particolare rivolto al mondo della cargo; promozione
di un’attività pubblica (convegno, conferenza stampa) e estesa
al maggior numero di profili professionali (non solo fra i ferrovieri) per il
problema delle attività usuranti.
Chiediamo a tutti di portare il loro contributo sui temi sopra esposti in sede
assembleare e di partecipare alla stesura del Libro Bianco; ci aspettiamo di
ricevere segnalazioni e materiali relativi a problemi inerenti la sicurezza,
incidenti, pericolati di incidenti e quanto possa servire a un lavoro di ampio
respiro. I referenti per questa iniziativa sono stati individuati in chi scrive,
in Filippo Cufari e Roberto Favretto. Se qualcun altro si vuole fare avanti
è il benvenuto.
Arrivederci a Roma il 13 marzo per l’Assemblea Nazionale dei Ferrovieri.
(Roberto Testa)
A Genova festa speciale per i ferrovieri reintegrati!
E' una festa rara da vedere, da qualche anno a questa parte. Si celebra una
vittoria dei lavoratori. Ma siccome i tempi per il mondo del lavoro restano
comunque «cupi», la festa sancisce anche la rinascita di uno strumento
antico: la cassa di mutuo soccorso. Genova Principe: nella sala del dopolavoro
della stazione ferrovieri provenienti da tutta Italia danno il «bentornati
tra noi» ai cinque licenziati cui l'azienda ha dovuto revocare il provvedimento:
4 liguri che avevano permesso le riprese per la trasmissione di Raia, Report,
e il romano Dante De Angelis, delegato alla sicurezza che si era rifiutato di
guidare un Eurostar dotato di pedale a «uomo morto».
Vittoria operaia in senso stretto, visto che l'apporto dei sindacati nazionali
risulta essere stato scarso, se non nullo. Eppure qui tutti hanno una tessera
sindacale, come delegati o «quadri» regionali. A partire dalla strage
di Crevalcore, due anni fa, hanno dato vita all'Assemblea nazionale dei ferrovieri.
«Non un nuovo sindacato - spiegano - ma un gruppo di controllo che fa
quello che il sindacato, spesso, non fa più».
La revoca dei licenziamenti è merito loro, che hanno voluto farsi carico
della «solidarietà materiale», organizzando la raccolta dei
soldi per garantire ai colleghi estromessi di continuare a campare - resistendo
alle offerte aziendali di compromesso poco dignitoso - in attesa di ottenere
il reintegro. Parliamo di padri di famiglia, non di giovincelli scapestrati;
gente che convive con la morte dietro l'angolo per un salario essenziale.
Proprio questa esperienza vincente li ha convinti a sciogliere i tre comitati
di solidarietà nati con i licenziamenti (Liguria, Toscana, Lazio) per
creare una sola «cassa» nazionale. Perché è finita
- e bene - una vertenza, non il confronto aspro con un'azienda pubblica che
già annuncia di volersi liberare di altre 10 mila persone. Che si andrebbero
a sommare alle 130 mila già uscite nel corso degli ultimi venti anni
(erano 220 mila).
La «cassa» è uno strumento nato nel 1880. Da allora, spiega
Dante, «tutto è cambia to, tranne la mia debolezza come singolo
lavoratore». Il fatto che se ne riscopra la necessità pratica oggi
dà la misura dell'«arretramento che ha subito il lavoro, regredito
a una condizione ottocentesca».Gli esempi sono decine: lavoratori sospesi
per aver scritto una lettera a un giornale con critiche alla Fs, apprendisti
messi a guidare treni senza nemmeno un tutor esperto a fianco, l'orario di lavoro
ormai arrivato a 10 ore più una «da garantire». E la sicurezza
che non migliora affatto, anzi. Nel gruppo Fs sembra stia prendendo piede una
nuova filosofia, chiamata «sicurezza relativa», anche in contrasto
con le normative Ue. Un vero paradosso. Fs è ancora pubblica - al 100%
proprietà dello stato - anche se è gestita da una «strana
coppia»: presidente Innocenzo Cipolletta, ex direttore di Confindustria,
e anuninisttatore delegato Mauro Moretti, ex segretario della Filt-Cgil.
(Francesco Piccioni, Genova - il Manifesto, 2 marzo 2007)
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